La chiesa e il convento di Santo Stefano ai Cappuccini

Frequentare Villa Severi permette di visitare il complesso conventuale adiacente: Santo Stefano ai Cappuccini

Fare sport, passeggiare, giocare o rilassarsi all’interno del parco pubblico di Villa Severi, alla periferia est della città, è ormai da anni una sana abitudine per gli aretini. Lo spazio verde è una magnifica oasi alle porte del centro dove persone di tutte le età posso stare in sicurezza e godere di aria buona. Frequentare Villa Severi può essere l’occasione per visitare anche un importante complesso conventuale adiacente: Santo Stefano ai Cappuccini

I frati minori Cappuccini, sono un ordine francescano nato negli anni Venti del XVI secolo grazie al frate marchigiano Matteo da Bascio, con l’intento di tornare allo stile di vita dettato da San Francesco, quindi contrassegnato da povertà, solitudine e penitenza. Nel loro primo periodo di vita ad Arezzo ebbero sedi provvisorie nei dintorni della città. Nel 1535, ad esempio, li troviamo a San Cosimo di Lignano.

Il 27 giugno 1575 venne decisa la realizzazione di un nuovo convento dalle forme semplici e austere, promossa e favorita da Stefano Bonucci, uno dei vescovi più illuminati della storia di Arezzo, con il contributo economico della Fraternita dei Laici. Si dice che la stessa dedicazione al primo martire della cristianità non fu un caso. Nel 1577 partirono i lavori, l’anno dopo la chiesa era pronta e nel 1579 i frati si trasferirono nella nuova sede. Nella prima decade del Settecento il complesso fu oggetto di ampliamenti e migliorie grazie al sostegno fondamentale di nobili famiglie aretine, in particolar modo dei Redi. Della chiesa originale rimasero sicuramente il portale esterno e una cappella per lato. 

Da quegli interventi si salvò anche la cosiddetta Maestà della Legna, una cappellina esterna lungo il muro di cinta del cenobio, dove si incontrano via dei Cappuccini e via Francesco Redi. Era chiamata così perché i contadini e i boscaioli, nel passato, avevano l’abitudine di lasciarci frasche e legname per i poveri frati. L’affresco centrale, pesantemente deteriorato e da alcuni anni staccato, rappresentava una “Madonna con il Bambino” attribuita al savinese Ulisse Giocchi, artista operante a cavallo da Cinquento e Seicento e noto in città per i suoi interventi pittorici nella chiesa di Santa Maria in  Gradi. 
 
L’interno della chiesa di Santo Stefano, che con la sua scarsa luminosità contribuisce a creare un’atmosfera raccolta e affascinante, custodisce un interessante patrimonio artistico. Subito a sinistra possiamo ammirare “L’Assunzione della Vergine”, pregevole tela realizzata nel 1601 dal biturgense Santi di Tito, uno dei massimi esponenti toscani della pittura del post-Controriforma, quindi successiva al Concilio di Trento terminato nel 1563, che ridefinì anche i canoni dell’arte sacra. La seconda cappella del fianco sinistro risale invece agli interventi settecenteschi ed è dedicata a Santa Elisabetta d’Ungheria, figura contemporanea di San Francesco. La tela con “Santa Elisabetta” e gli affreschi con alcune storie a lei collegate sono opera dell’aretino Aldo Dragoni, artista attivo nella prima metà del Novecento.

Nella parete di destra, partendo dall’entrata, incontriamo la cappella dedicata a San Felice da Cantalice, uno dei più noti cappuccini del Cinquecento. Fu impreziosita ai primi del XVIII secolo da una tela del romano Odoardo Vicinelli raffigurante “L’apparizione della Vergine col Bambino a San Felice”. Quello visibile oggi è un facsimile, in quanto l’originale venne trafugato anni fa e mai recuperato. Le storie del santo reatino che adornano la cappella furono eseguite ancora da Aldo Dragoni, così come sono sue le “Storie della Passione” presenti della seconda cappella di destra. Queste ultime circondano una piccola “Madonna Addolorata” settecentesca, a sua volta incastonata nella tela del 1948 con “Santa Chiara e San Francesco”, sempre di Dragoni, in cui si ammira una inedita veduta di Arezzo dell’immediato Dopoguerra.

Notevole è l’altare ligneo maggiore, realizzato secondo gli stilemi dei frati cappuccini, che incornicia un’interessante tela di Pier Dandini del 1708 con “La Madonna col bambino e i santi Gregorio Magno, Stefano, Francesco e Antonio da Padova”. Ai lati, sempre dello stesso autore, figura di spicco del barocco fiorentino, si osservano “San Bonaventura” e “San Diego”, inseriti in due grandi sportelli che si aprono verso il coro. L’altare fu finanziato da Gregorio Redi. Da segnalare infine due lapidi tra le molte conservate: una in marmi policromi è al centro del pavimento, dove campeggia lo stemma dei Redi, l’altra è incastonata a sinistra dell’altare maggiore e ricorda l’aretino Bernardino Catastini, generale dei Cappuccini, morto nel 1718. 

Nell’Ottocento il convento visse periodi di gravi incertezze, subendo la mannaia delle soppressioni napoleoniche agli inizi del secolo e sabaude nel 1866, ma i frati ogni volta si risollevarono per tornare al loro posto. Il complesso, ristrutturato tra il 1967 e il 1974, continua a rappresentare un punto di riferimento per una parte di città che negli ultimi decenni si è sviluppata notevolmente ma dove ancora, per fortuna, la campagna e la natura sono le migliori amiche.

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