Le conserve dell’Acquedotto Vasariano

Uno dei simboli di Arezzo, ovvero l'acquedotto del Vasari e la particolarità delle sue conserve

Quando percorrete via Francesco Redi, ovvero l’antica via di Staggiano, se invece di proseguire verso la frazione a est di Arezzo girate a sinistra, in direzione di Molinelli e Pomaio, vi troverete in via delle Conserve. 

Diciamo subito che non c’entrano nulla le confetture e le salse, perché la strada fa riferimento alle conserve dell’Acquedotto Vasariano, ovvero i depositi con copertura a botte che fungono da punti di raccolta e purificazione per le acque convogliate dalla falda di Cognaia. 

La Conserva Piccola si osserva negli pressi del campo da calcio di Molinelli, dove corre il torrente Castro, la Conserva Grande rimane invece seminascosta a causa del rialzamento del piano stradale rispetto al passato, ma è individuabile grazie alla croce di legno posta sul retro dell’entrata. Entrambe hanno ancora gli originali ingressi in pietra, suoi quali si trovavano gli stemmi ormai illeggibili della Fraternita dei Laici, che ne aveva finanziato la realizzazione sul finire del Cinquecento. 

Facendo un passo indietro, torniamo al I secolo d.C., quando la romana Arretium era servita da un acquedotto che incanalava l’acqua dall’Alpe di Poti, in località Fonte Mura. La conduttura svolse a lungo il suo compito, ma alla fine del XIII sec. era in semiabbandono.

Il grande pittore, architetto e storiografo Giorgio Vasari racconta che Jacopo del Casentino fu incaricato dal governo cittadino, a metà del Trecento, di progettare un nuovo tracciato. Nell’edizione delle sue “Vite” del 1568 egli riporta che l’artista di Pratovecchio fece terminare la condotta alla Fonte Veneziana, dove ancora oggi si vedono i pochi resti del manufatto. Sono informazioni che vanno tuttavia prese con prudenza, perché molti studiosi considerano incoerente la biografia vasariana del pittore casentinese.

Agli inizi del XVI secolo l’acquedotto trecentesco, che intercettava la falda acquifera nella zona di Cognaia, era ridotto in pessimo stato. Nel 1527 la Fonte Veneziana smise di funzionare e tra i colpevoli del disservizio Vasari indicò quegli aretini che facevano “deragliare” l’acqua per i loro comodi, come ad esempio annaffiare orti e  campi. 

Fin dal 1560 la Fraternita dei Laici provò a porre fine alla deficienza di approvvigionamento idrico, che nei mesi estivi provocava continui disagi alla popolazione, pensando di portare una nuova conduttura dentro la città a sue spese. I rettori chiesero i permessi al granduca Cosimo I dei Medici e ai Provveditori delle Fabbriche medicee, quindi affidarono il progetto a Vasari, a cui si devono i primi studi di fattibilità. 

L’artista si dedicò alla ricerca degli antichi “doccioni” di Cognaia. Nel contempo esaminò il modo per deviare l’ultimo tratto del vecchio acquedotto e livellare il terreno per portare le acque captate fino alle mura cittadine. Da lì bisognava quindi giungere in Piazza Grande attraverso un tunnel. 

Nel 1574 Vasari morì, lasciando tutto in stato embrionale. Seguì un nuovo periodo di stallo finché, nel 1590, i rettori della Fraternita dei Laici, con il benestare del granduca Ferdinando I dei Medici, incaricarono l’architetto Raffaele Pagni di riprendere in mano il progetto. L’autorizzazione a costruire il nuovo acquedotto, finanziato con 120.000 scudi, arrivò il 16 maggio 1593. I lavori andarono avanti anni e furono conclusi nel 1603 dall’architetto Gherardo Mechini

Il progetto finale consisteva in due parti sotterranee e una parte esterna. Grazie a una galleria filtrante di presa, le acque venivano canalizzate per raggiungere l’area bassa del colle di San Fabiano. Lì iniziava la fase all’aperto, fatta di 52 arcate monumentali utili a sostenere la condotta pensile fino ai piedi della collina di San Donato. A quel punto l’itinerario tornava sottoterra attraverso la galleria che terminava nella parte inferiore di Piazza Grande, dove lo stesso Mechini progettò una fontana monumentale. 

Dal Seicento ai nostri giorni l’acquedotto ha visto vari interventi di restauro e manutenzione. Durante i lavori di ristrutturazione delle conserve degli anni Trenta del secolo scorso, ad esempio, furono ritrovate due teste equine e una testa leonina tardo cinquecentesche di materiale lapideo. Facevano parte di un insieme di serbatoi comunicanti e attraverso le loro bocche l’acqua passava da una vasca all’altra per la decantazione. Adesso le tre stupende protomi sono nel chiostro del Museo di Arte medievale e moderna di Arezzo. Sempre percorrendo via delle Conserve si vedono isolati dei grandi tombini in muratura con coperchio circolare di pietra. Sono gli smiragli dell’acquedotto, sorta di  pozzetti d’aerazione. 

Dalla fine del 2017 nel Museo della Fraternita dei Laici, in Piazza Grande, è stata allestita dal Magistrato in carica una stanza denominata “Sala dell’acquedotto”, nella quale si ammirano disegni, studi, documenti e un video che riguardano l’Acquedotto Vasariano. Qui è stata collocata anche la tela a olio eseguita nel 1696 dal cartografo e impresario edile Giovan Battista Girelli, dove è visibile il percorso completo dell’acqua dalla valle di Cognaia al centro di Arezzo. Nella parte a destra del dipinto si possono individuare le conserve, i punti di canalizzazione contrassegnati con delle linee scure e gli smiragli, raffigurati invece con dei pallini. Osservando l’opera vi renderete conto che questa parte di territorio, a distanza di oltre tre secoli, è ancora molto simile a come la rappresentò Girelli.

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