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Agnolucci: "La crisi del servizio sanitario è iniziata nel 2015 con l’istituzione delle tre macroaree"

Il consigliere comunale del Pd: "Potremo riconquistare un ruolo di primo piano e di eccellenza per la nostra sanità solo se ci sarà unione tra tutti i soggetti interessati"

"Da un po' di tempo si sta avvertendo una vertiginosa caduta del livello di efficienza ed efficacia del nostro servizio sanitario regionale, avvertita soprattutto nella nostra provincia e legata essenzialmente a problemi di tipo comunicativo ed organizzativo. La crisi del servizio sanitario Toscana è iniziata nel 2015 con l’istituzione delle tre macroaree, resasi necessaria per sopperire ai problemi economici che nascevano dai continui tagli alla sanità da parte dei governi nazionali precedenti".

Attacca così la nota del consigliere comunale del Pd Angiolo Agnolucci riguardo lo stato attuale della sanità aretina affrontando le questioni legate all'area vasta, all'Hospice e alla gestione generale dell'azienda sanitaria.

"L’area sud est, con un territorio vasto quanto alcune regioni italiane, con 830.000 abitanti, con 101 comuni di cui 39 in area montana e 3 province, è stata sicuramente la più penalizzata. Le differenze ambientali, culturali e sociali che si trovano da Sestino all’Isola del Giglio sono enormi e si accentuano, oltre che per le distanze, anche per una rete viaria fragile e difficile. A distanza di cinque anni è difficile non sollevare critiche verso questa riforma, alla luce dei problemi emersi che ricadono sia sui fruitori del servizio sia sugli operatori sanitari. E’ necessario pertanto rivedere la struttura della riforma. 

Tuttavia, credo che, al netto delle criticità della riforma, molti dei problemi di tipo comunicativo ed organizzativo che hanno creato vuoti abissali tra i vertici aziendali e gli operatori sanitari, non dipendano direttamente dalla riforma, quanto dalla mancata sensibilità e capacità organizzativa della dirigenza dell’area vasta. La mancanza di comunicazione, le scelte sempre calate dall’alto, la delocalizzazione di quasi tutte le funzioni dirigenziali, hanno contribuito ad un clima di scarsa condivisione, che ha creato disagio nel mondo della sanità aretina, con conseguente malcontento e disincentivazione del personale sanitario. Pertanto, il direttore, il cui compito è gestire l’azienda, sembra non essere riuscito ad ottenere un buon risultato, fallendo gli obiettivi che in premessa sono essenziali alla buona gestione amministrativa. 

Per quanto concerne poi le risorse da amministrare, mi sembra altrettanto palese come Arezzo e provincia abbiano avuto trattamenti molto diversi rispetto alle altre zone, non considerando poi che, se le risorse economiche fossero distribuite per quota capitaria, ad Arezzo con 360.000 abitanti, andrebbero circa il 45 % degli investimenti. La mancanza di investimento sul territorio ha una ricaduta immediata sulle strutture e sui servizi. Per esempio, la mancata manutenzione ordinaria e straordinaria del San Donato che dal 2010 aspetta la ristrutturazione “urgente” delle sale operatorie, l’assenza di opere per garantire ai primi due lotti del San Donato di essere a norma antisismica, la ricostruzione della sala angiografica essenziale distrutta da un incendio più di un anno fa, l’assenza assordante di programmi di sviluppo per le attività necessarie come la radiologia interventistica o la ristrutturazione dei reparti nel post-covid, sono tutte conseguenze della suddetta mancanza di investimenti. 

Sulla questione Hospice, inoltre, l’Amministrazione non è riuscita a dare delle risposte convincenti. Chi ha cancellato l’Hospice ad Arezzo? Dallo sviluppo dei fatti, non è stata di certo la Regione, che invece, per sopperire a questa scelleraggine, ha cercato fondi per aiutarne la ricostruzione. E’ stata evidentemente una scelta sbagliata ed inopportuna della direzione aziendale, la quale, essendo distante mille miglia dalle dinamiche della nostra città, ha dimostrato tutta la sua inefficienza ed insensibilità verso la comunità.

Certamente un problema concorrente per la sanità aretina è la poca incisività dei nostri consiglieri regionali, i quali potrebbero insieme svolgere un lavoro fondamentale per migliorare la qualità della sanità di Arezzo e provincia. Potrebbero infatti iniziare a mettere in atto azioni congiunte, per coagulare gli interessi di tutti i sindaci intorno al problema di uno sviluppo a rete efficiente degli ospedali periferici insieme al San Donato, invece di andare a parlare con i singoli sindaci promettendo azioni inutili per le loro zone, al fine di consensi elettorali. 

Anche a livello locale le parti politiche tutte discutono di sanità e ognuno vorrebbe mettere la bandierina del più bravo ed efficiente a risolvere i problemi. Non mi sembra il metodo giusto: solo se la politica riuscirà a mettere da parte la faziosità e se tutti insieme, i consiglieri comunali, i consiglieri provinciali, i consiglieri regionali, tutti i sindaci della provincia, le istituzioni locali, i sindacati, il mondo del volontariato e tutti i cittadini uniranno le loro forze, allora potremo riconquistare un ruolo di primo piano e di eccellenza per la nostra sanità, come quello che ha avuto in un recente passato. In tal senso, la revisione del distretto socio-sanitario di Arezzo, con il ritorno ai distretti autonomi in ciascuna delle tre zone Arezzo, Casentino e Valtiberina, è senz’altro un’ottima decisione ed un primo passo verso la riorganizzazione e razionalizzazione della sanità del nostro territorio. 

Il coordinamento specialisti ospedalieri di Arezzo ha redatto un documento dettagliato sulla situazione attuale, presentando proposte concrete legate alla esperienza di chi sta “sul campo”, in cui, senza voli pindarici, si danno dei suggerimenti per uscire dalla crisi del servizio sanitario regionale. Invito alla lettura del documento sul sito del Calcit e sui suoi canali social. 

Spetta ora a tutti noi di unire le forze perché si possano ottenere le migliori soluzioni".

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