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Fondazioni scuola e il sociale, Unione Donne Arezzo: "Tanti ha idea delle conseguenze? C'è bulimia di potere"

L'attacco: "A cosa servono le fondazioni? Sono forse un utile intermediario che permetterà al Comune – senza sporcarsi troppo le mani – di abbassare quantità e qualità dei servizi pubblici più essenziali? Di contenere la spesa? Di ridimensionare le prestazioni?

"Costituito il 2 febbraio, registrato a norma di legge il successivo 15 febbraio, il Comitato Unione Donne per Arezzo si è dato uno scopo specifico: contrastare l’intenzione del Comune di Arezzo di trasferire i servizi educativi e i servizi sociali a una fondazione, forse a due fondazioni di partecipazione. No, anzi, a una fondazione soltanto con due rami di attività. Forse una fondazione 'di partecipazione': no, anzi, 'di comunità'”. Attacca così una nota del Comitato che interviene ancora sulla costituzione delle nuove fondazioni del Comune di Arezzo, tra cui quella al sociale già avviata.

"Ancora l’assessore Tanti - dice l'Unione - non sa bene quale forma dovrà prendere questo ente privato che ostinatamente vuole creare. Ancora non le sono arrivati precisi suggerimenti su come sarà meglio procedere e quali interessi (privati) sarà meglio coltivare, all’interno di un progetto che esternalizza e privatizza due settori fondamentali del Comune: i servizi educativi (asili nido e scuole materne, con relative risorse e patrimonio) e i servizi sociali (su cui si concentrano milioni di euro: del Comune, della Regione, dello Stato, della Comunità europea). Sono molte le persone che hanno aderito al Comitato. Tutte conoscono bene i settori della scuola e del sociale che il Comune vorrebbe trasferire ai privati (chiunque essi siano). Hanno un’idea molto chiara delle conseguenze che ricadrebbero sulla collettività aretina, a causa del passaggio da una gestione pubblica ad una gestione privata. E hanno ben esaminato quanto sia dannoso il modello privatistico delle fondazioni: facili da creare e praticamente impossibili da sciogliere, con conseguenze economiche e patrimoniali imprevedibili quanto ingestibili. Ma soprattutto: a cosa servono le fondazioni? Sono forse un utile intermediario che permetterà al Comune – senza sporcarsi troppo le mani – di abbassare quantità e qualità dei servizi pubblici più essenziali? Di contenere la spesa? Di ridimensionare le prestazioni? Forse all’assessore Tanti questo non interessa: è qui soltanto di passaggio e non è detto che la sua carica duri a lungo (viste le tegole che con impressionante frequenza cadono sull’amministrazione di cui fa parte). Ma alla collettività aretina interessa invece, senza dubbio, conoscere e sapere quale è il futuro dei servizi educativi e sociali, da ora a qualche anno. Perciò il Comitato ha scritto alla Regione per aprire un percorso partecipativo (LR 46/2013) e sono allo studio anche altre possibilità: perché il Comitato studia, si documenta, si muove, cerca di coinvolgere singoli e gruppi, di far esprimere i bisogni, i problemi, le aspettative di coloro che utilizzano questi servizi, vogliono migliorarli e vogliono che le prestazioni rimangano pubbliche: accessibili a tutti, inclusive, erogate con certezza, senza disparità, senza discriminazioni. Il Comitato dispiega tutto l’impegno che può, ma è costretto ad autofinanziarsi. Non potrà pagare né avvocati di grido né docenti universitari come invece farà il Comune di Arezzo per farsi aiutare a costruire le fondazioni. Ma è anche vero che una causa giusta – ed è giusta la difesa di due funzioni fondamentali del Comune, la scuola e il sociale – consentirà di trovare, se necessario, un giurista che voglia collaborare pro-bono (ossia, gratuitamente). Infine si deve notare che per la seconda volta in pochi giorni, l’assessore Tanti, parlando delle fondazioni, ha richiamato l’enciclica Rerum Novarum del 1891. Evidentemente le piace assai, forse soprattutto il richiamo del pontefice di oltre un secolo fa, alle 'donne fatte da natura per i lavori domestici, i quali grandemente proteggono l’onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l’educazione dei figli e il benessere della casa'. Perciò, si potrebbe dire, a che servono le scuole dell’infanzia e i servizi sociali? Ci pensino le donne, ognuna stando a casa sua. Dovrebbe sapere, l’assessore, che la laicità è un obbligo giuridico, per l’amministratore pubblico. La Repubblica italiana non è uno stato confessionale, la scuola e i servizi sociali sono e devono restare laici. E comunque piace molto di più (ed è più incisivo e attuale) quanto scritto nella recente enciclica di papa Francesco (Fratelli tutti, 2020). Se la legga, assessore Tanti: può essere un’ottima cura alla sua bulimia di potere e di decisionismo che rifiuta il confronto".

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