Giorgi (Pd): "Perché voto Sì al Referendum"

"Ridurre i parlamentari è diminuzione democratica o rafforzamento della rappresentanza?", si chiede l'esponente. Ecco il ragionamento

Riceviamo e pubblichiamo da Giuseppe Giorgi (Pd) sul Sì al referendum.

Il referendum è uno strumento di democrazia partecipativa di rilievo, va utilizzato con intelligenza, merita conoscenza e approfondimenti. Il tempo che cambia, questo tempo di pandemia, s’intreccia con una collettività spesso pulviscolare, mossa da individualismi estremi che stracciano lo spirito comunitario, la coesione sociale progressiva rischia l’implosione.

Il referendum sulla riduzione dei parlamentari ripropone il dilemma ampliamento della democrazia versus dirigismo autoritario.

Il referendum è strumento di esercizio democratico e questo m’invita a sollecitare una grande partecipazione popolare non solo mossa dal desiderio di taglio. Lo dico con decisione: non abbiamo bisogno di tagliatori di teste ma di cittadini consapevole del bene della democrazia che porta avanti tutti, del bene comune. Direi con le parole della prossima lettera enciclica di Papa Francesco del 3 ottobre: Fratelli Tutti.

Dei grandi principi del ’89, si è sempre espressa una minorità sulla Fratellanza.

Ridurre i parlamentari è diminuzione democratica o rafforzamento della rappresentanza?

Avrei preferito nei territori comunità un vasto e articolato confronto a iniziare dal mio partito che almeno lo ha fatto nei suoi organi nazionali

Questo tempo richiede, a mio avviso, segni consoni all’età difficile che viviamo. C’è una crisi della rappresentanza. Dalle associazioni, ai sindacati, alle confederazioni imprenditoriali, l’estirpazione della “bella politica” è stata riempita dall’egemonia dei servizi. La linea è sempre più lontana, il processo di sintesi programmatica demandato a pochi e poi accantonato. Il dibattito finisce quando sovviene la cooptazione della dirigenza.

Nei partiti, i resti, spesso sigle, hanno una enormità di deficit nella selezione di quella che, un amico intellettuale, si ostina a chiamare classe dirigente. Tutto ciò si accomuna a una vorticosa crisi culturale. In queste settimane di avvicinamento alla data referendaria non nego una difficoltà: la scelta.

Mi sono messo a studiare con il segno di contraddizione del No dei miei riferimenti ideali, ad iniziare da Romano Prodi, dei segnali di amiche e amici con cui condivido questo odierno tratto di strada d’impegno politico che voteranno No, le Acli, a me care, che propendono per il No, la monocorde litania grillina che, raramente, identifica una linea politica che vada oltre la bandiera identitaria del Sì. Da sempre sono un proporzionalista convinto, ho sempre aspirato a un bicameralismo differenziato nelle funzioni parlamentari, ho sempre accarezzato l’idea della sfiducia costruttiva. Tento un ragionamento, cerco la strada che amplia il sentiero democratico: anni fa con Demos (l’Osservatorio dei cattolici democratici) dibattemmo la riduzione dei parlamentari, lo facemmo in nome di un surplus di dignità parlamentare, di ampliamento del valore della rappresentanza e del carattere riformatore bianco a cui siamo sempre rimasti fedeli. Oggi il dubbio mi ha pervaso, poi la “nostalgia stanca” che attanaglia i promotori del No, il desiderio di una nuova legge elettorale proporzionale con il diritto di tribuna e le preferenze, i territori comunità e non i “bramini“ di partito che decidono le candidature parlamentari, l’apertura a una stagione di riforme progressive a iniziare dal rifiuto di “fare parti uguali tra diseguali” come ricordava Don Milani, che ho vissuto con dolore intellettuale nelle politiche degli ammortizzatori sociali Covid, il superamento dei decreti Salvini sulla sicurezza, lo ius culturae, mi hanno fatto ritrovare accanto alla costituzionalista Lorenza Carlassare e alla decisione della Direzione nazionale del mio partito, il Pd: voto sì, con riforme.

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