"Arezzo ce la fa è la città a cui voglio bene"

"Ci sono idee di autonomie dal basso che consentono un nuovo patto municipale aretino tra comunità sociale e bene comune"

Di seguito l'intervento di Giuseppe Giorgi, Arezzodemocratica.

Questo tempo difficile, al tempo della quarantena, non chiudiamo al pensiero, non cediamo all’omologazione, pensiamo, nel rispetto civile delle regole, al futuro delle nostre comunità. Provo fastidio per l’alluvionale profluvio di interventi ripetitivi per whatsapp, di sms, chiedo, in particolare per la mia famiglia politica, una riflessione profonda, anche un’autocritica serrata sulla salute pubblica, sulla debolezza, anche la mia, nel non essere stato, ad esempio, esigente contro tagli e aree di riferimento nella sanità, nella sicurezza sanitaria nelle rsa, ad iniziare dalla mia provincia, dalla mia Toscana. Il confronto per dare le Ali ad Arezzo, per Arezzo Futura che ci sarà non si può avvitare sulla comunicazione di questo o quel sindaco, di quel direttore generale, ognuno ha le capacità comunicative che ha. 

La ripresa sarà difficilissima e dovremo mettere al centro delle nostre azioni culturali, sociali, politiche il bene comune. Il Sogno aretino in tempi di rinascenza sarà più concreto se si svilupperà dal confronto alto, senza settarismi, strumentalità, volgarità becere, ora è il tempo di pensare l’alternativa verde, culturale, sociale.

Ambiente, verde, forestazione urbana, orti urbani. Qui Arezzo deve investire futuro. 

La municipalità cittadina può, dopo gli anni della stagnazione, produrre una politica di forestazione urbana che ampli la qualità ambientale. Rilanciare il verde aretino con nuove aree, giardini, boschi, pensiamo alle nostre periferie, intere zone cittadine lasciate all’incuria e periferie abbandonate. La progettazione architettonica ci aiuta a pensare la forestazione di ogni spazio che può essere modificato e reso più verde. Non solo il bosco verticale di Boeri ma tutta una comunità solidale, sogno aretina, che sappia coniugare verde, salute, ambiente, a iniziare dall’investimento municipale negli orti urbani da incrementare, da valorizzare non solo nei pressi dei “ fiumi “ aretini, insieme alla realizzazione di tetti e facciate verdi. 

E’ questo il tempo di una rivoluzione culturale anche con il verde urbano contro inquinamenti e cambiamenti climatici. Quella stessa che ritrovo nell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, in capitoli fondamentali sulla perdita della biodiversità, sulla questione dell’acqua, sulla destinazione comune dei beni. Laudato si’ impegna a confrontarsi sulla conversione ecologica, su altri stili di vita, sulla educazione civica all’alleanza tra umanità e ambiente. A questo confronto chiamo la comunità di Arezzo. Tempo di rivoluzione culturale significa anche non cedere all’omologazione, pensare futuro. Non possiamo contrapporre Salute e Lavoro, forse dobbiamo ripensare modelli capitalistici che troppo spesso hanno snobbato il welfare municipale. Arezzo deve pensare, ora, al suo futuro di città Capitale della Toscana orientale, lo deve fare socialmente, economicamente, politicamente. Arezzo ha la qualità borghigiana per pensare a una “ Slow Life: l’Arte di rallentare per vivere meglio “, cito dal bel libro di Cindy Chapelle; ha la prospettiva di turismo culturale, paesaggistico, che facendo perno ad esempio sui tanti agriturismi della nostra provincia si accompagni a nuovi modelli di vita, nuove regole sociali. Anche nella mia famiglia politica permane il passatismo della contrapposizione “ per l’economia aretina “ tra manifattura versus turismo e cultura. Il cambio della conversione ambientale, la rivoluzione culturale di questo tempo, ci chiamano  a ripensare, anche da Arezzo i tempi di vita e la relazione con i cicli produttivi e alla manifattura di qualità ( in campo economico ) dobbiamo accompagnare la vocazione turistica e culturale di Arezzo Città d’Arte, Città dei Grandi.

Non uno straccio di proposta ma una alternativa ambientale, culturale, amministrativa per la comunità aretina, da confrontare con i territori, territori comunità.

Cambia tutto, la relazione sociale, la quotidianità diffusa. Il cambiamento si può accompagnare solo con la comunicazione compulsiva? Con lo spot televisivo? Semmai invitando sempre gli amici di parte?

La comunità solidale è insieme di tutti, “nessuno deve essere lasciato indietro". Nessuno sia solo è umanesimo e questione della democrazia. Sì, c’è una difficoltà di prossimità, una cesura tra amministrazione e territorio. Abbiamo sbagliato, anche la mia parte politica, il centrosinistra, nell’accettare l’abolizione delle Circoscrizioni, un errore che non mi perito a definire grave, un vulnus alla partecipazione e alla democrazia. E’ ora il tempo di pensare a nuove forme partecipative come ai Consigli di Comunità.

Arezzo e i suoi quartieri, ci sono spazi legislativi di autorganizzazione municipale, ci sono idee di autonomie dal basso che consentono un nuovo patto municipale aretino tra comunità sociale e bene comune.

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Le Acli mi hanno insegnato che insieme si può. Arezzo ce la fa.

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