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Effetto pandemia, quei bimbi aretini che "scrollano" TikTok se non vanno all'asilo

Le testimonianze di maestre e genitori dei bambini dai 3 ai 5 anni nel periodo lontano dalle scuole dell'infanzia. Le difficoltà di chi ha una cultura diversa e le differenze legate al reddito. Terzo appuntamento con l'inchiesta condotta dai ragazzi della 4^A dell'istituto Vittoria Colonna

Di seguito riportiamo il terzo paragrafo dell'inchiesta condotta dai ragazzi della 4^ dell'istituto Vittoria Colonna dal titolo "Arezzo e il nuovo abitante", un progetto alla cui stesura finale ha contribuito anche ArezzoNotizie.

Una direzione della ricerca è stata quella della percezione del lockdown dei bambini di culture diverse, in età della scuola dell'infanzia. Nella maggior parte dei bambini è stato riscontrato un cambiamento d’umore legato al bisogno di socialità, alle condizioni lavorative dei genitori e all'ambiente familiare. In alcuni casi sono state riscontrate delle differenze tra bambini di culture diverse.

La ricerca era partita dall’ipotesi che i bambini provenienti da contesti socio-culturali diversi avessero vissuto in maniera differente l’esperienza del lockdown a causa di difficoltà legate alla lingua, all’utilizzo di mezzi tecnologici e all'ambiente familiare. L’inchiesta si è concentrata sulla fascia di soggetti dai 3 ai 5 anni, frequentanti la scuola d’infanzia e provenienti da culture diverse: albanese, kosovara, rumena, moldava, pakistana, bangladese, marocchina, etiope e cinese.

Data l’età dei soggetti si è scelto di utilizzare come fonte i genitori, attraverso la somministrazione di un questionario, e le maestre, attraverso la somministrazione di un’intervista.

Le risposte evidenziano i disagi provati sia dai bambini sia dalle maestre stesse durante il lockdown.

Il questionario ai genitori

Il questionario è stato somministrato a dicembre ai genitori in formato cartaceo poiché molti soggetti non avevano la possibilità di usufruire di strumenti informatici.

E’ stata necessaria una collaborazione di mediatori linguistici per la traduzione del questionario in diverse lingue.

Il questionario è stato strutturato con domande chiuse in modo da facilitare il confronto tra le risposte, seguendo un ordine temporale e di complessità. Le domande, inoltre, sono state suddivise in sezioni in base all'argomento e prevedono delle risposte polari o ad alternative.

Durante la rielaborazione sono stati confrontati dati riguardanti aspetti come la cultura, le condizioni lavorative e l’ambiente familiare in cui sono immersi i bambini.

Si è partiti da un totale di 46 bambini, 26 italiani e 20 di origini straniere.

Il rapporto con i fratelli

Su 46 bambini, 39 hanno un fratello o una sorella. La maggior parte dei rapporti tra fratelli e sorelle, durante il lockdown, è rimasta invariata. Un numero altrettanto rilevante dei genitori sostiene che i rapporti tra i figli siano migliorati, mentre solo una minuscola parte ritiene che questi siano peggiorati.

"Il rapporto con il fratello o la sorella è migliorato o peggiorato?"

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Gran parte dei genitori non ha notato cambiamenti nei rapporti tra fratelli.

L’umore

I dati mostrano forti cambiamenti d’umore che i genitori hanno notato nei loro figli durante il periodo della quarantena risalente al mese di marzo. Infatti ben 30 bambini su 46 hanno manifestato dei cambiamenti d’umore durante quel lasso di tempo.

Gran parte dei genitori ha notato una maggiore stanchezza nei propri figli, che apparivano loro meno attivi. La maggior parte dei bambini ha mostrato una maggiore sensazione di stanchezza durante il lockdown, quando paradossalmente le giornate venivano trascorse solo tra le mura di casa.

Altri cambiamenti emotivi hanno riguardato una maggiore agitazione, noia e apatia. Sono state evidenziate anche condizioni di maggior attaccamento ai genitori, pigrizia e regressione. Solo un bambino su 30 ha mostrato una maggiore tranquillità.

Inoltre, questi sbalzi d’umore si sono manifestati maggiormente nel lasso di tempo comprendente il pomeriggio e la sera, soprattutto verso la fine della quarantena e, in alcuni casi, durante tutta la sua durata.

Circa la metà dei genitori che ha notato questi sbalzi crede di aver influenzato in qualche modo i loro figli e questi si dividono a loro volta in due parti grossomodo equivalenti: coloro che credono di aver avuto su di loro un’influenza positiva e coloro che credono di averne avuta una negativa.

La ricerca ha evidenziato che questi sbalzi di umore, in ogni ambito, hanno accomunato sia i bambini italiani sia i bambini di origini straniere.

La possibilità di stare all'aria aperta

Dai questionari risulta che 37 bambini su 46 passavano molto o abbastanza tempo all’aperto in luoghi pubblici prima del lockdown. Questi bambini sono, in proporzione, parimenti di famiglie italiane e di famiglie immigrate.

La maggior parte di questi 37, formata da 16 bambini italiani e 8 di bambini di culture differenti, non ha a disposizione un giardino a casa. La ricerca sembra evidenziare una correlazione significativa tra gli sbalzi d’umore dei bambini e la mancanza di un giardino. Tale correlazione persiste anche se si escludono dal confronto i bambini che passavano poco tempo in luoghi pubblici, come i parchi.

"Prima del lockdown quanto tempo passava suo/a figlio/a nei luoghi pubblici?"

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La maggior parte dei bambini passava abbastanza tempo all’aria aperta nei parchi pubblici.

"A casa avete un giardino?"

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Durante il lockdown, non potendo frequentare parchi pubblici, solo pochi bambini avevano accesso ad uno spazio all’aperto domiciliare.

Infine gli sbalzi d’umore sembrano essere indipendenti da chi accudiva il bambino mentre i genitori erano al lavoro.

Lavoro

Anche le condizioni economiche di una famiglia possono incidere sullo stato emotivo e psicologico di un bambino, limitando o aumentando le sue possibilità. Per questo nel questionario sono presenti anche delle domande riguardanti l’attività lavorativa dei genitori. Da queste è emerso che la quantità di genitori che ha lavorato durante il lockdown si avvicina molto a quella di chi invece non lo ha potuto fare. La differenza emerge nel momento in cui si indaga sui rispettivi paesi di provenienza.

Tra coloro che hanno lavorato infatti vi è una grandissima maggioranza di italiani, mentre gli stranieri sono in netta minoranza. Al contrario gli italiani sono in minoranza tra coloro che non hanno lavorato, anche se con un distacco decisamente minore.

"Ha lavorato durante il lockdown?"

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Questo dato diventa ancora più interessante quando si confronta questo cambiamento d’umore con la fonte di reddito della famiglia.

La maggior parte delle famiglie di origini straniere vive con un solo reddito e lo ha perso durante il lockdown. Mentre tutti coloro che hanno avuto a disposizione due redditi anche durante il periodo di quarantena, sono italiani.

Tutti i genitori che hanno lavorato durante il lockdown non hanno notato particolari cambiamenti d’umore nei propri figli.

Mentre coloro che hanno avuto maggiori difficoltà sono figli di disoccupati o inoccupati.

Sesso ed età

Dei 46 bambini, 27 sono femmine e 19 maschi. Tra le bambine, 17 hanno mostrato sbalzi d’umore, mentre tra i bambini sono stati in 13.

Questi cambiamenti sono stati notati maggiormente nei bambini di 4 e 5 anni, rispetto a quelli di 3 anni.

Bisogna osservare che questi ultimi hanno iniziato a frequentare la scuola dell’infanzia solo lo scorso settembre, mentre gli altri ne avevano già fatto esperienza e, a causa della pandemia, ne sono stati privati.

Origini culturali

Alcuni genitori sono immigrati in Italia più di 15 anni fa, altri invece negli ultimi anni. In un caso, i genitori, di origini cinesi, sono in Italia dalla nascita.

E’ stato chiesto se in casa parlassero la loro lingua madre o l’italiano. Prendendo in considerazione le famiglie immigrate più di 15 anni fa, si nota una maggioranza la quale parla la propria prima lingua tra le mura di casa. Per i bambini di queste famiglie, la socializzazione è fondamentale per apprendere l’italiano.

Le famiglie di origini straniere che in casa parlano italiano o entrambe le lingue, sono formate da genitori che vivono in Italia da meno di 15 anni.

Nessun bambino è nato nel paese di origine dei genitori e nessuno di loro aveva un genitore all’estero durante il lockdown, cosa che, si presume, avrebbe potuto causare maggior disagio al bambino.

Interviste alle maestre

In seguito la ricerca si è mossa in ambiti più ampi, indagando le condizioni emotive dei bambini riscontrate con la chiusura delle scuole, sempre tenendo in considerazioni eventuali differenze socio-culturali. Per fare questo si è scelto di intervistare, attraverso videochiamata, le maestre dei bambini. Una di esse è una maestra di sostegno, perciò le sono state poste domande più mirate. In generale, le domande vertevano sullo stato emotivo dei bambini durante lo scorso lockdown, la loro partecipazione e le riflessioni delle maestre stesse. I quesiti seguivano un ordine temporale, terminando con riflessioni e prospettive sul futuro da parte delle maestre.

Le maestre hanno usufruito della Dad, ma soltanto per alcuni giorni e la Dad non ha portato i risultati sperati. Durante il primo mese si è presentata la maggior parte della classe. Successivamente, però, la presenza dei bambini è andata a scemare con il tempo a causa della stanchezza, tristezza e rabbia provata dai bambini.

Inizialmente le lezioni digitali erano collettive. Successivamente quando sono state create delle classi digitali si è riscontrata una maggiore partecipazione.

INTERVISTATORE: “C’era modo di capire quanto i bambini collaborassero e che quindi a casa svolgessero le attività?”

MAESTRA: “Dunque sì, diciamo che ci hanno ricercato i bambini, soprattutto i genitori perché [...] erano molto disorientati. Nel senso che questa chiusura improvvisa, così senza un saluto… Perché noi si lasciarono i bambini nel pomeriggio, dicendo ‘Ci vediamo domani’ e poi abbiamo saputo alle 19:00 che la scuola non riapriva, che doveva essere chiusa temporaneamente e poi praticamente la chiusura è stata prolungata fino a Giugno. Per cui noi non abbiamo avuto modo né di salutarci né di dare una motivazione, una spiegazione minima ai bambini. E quindi si son trovati così all’improvviso calati in una situazione irreale… Difficilmente giustificabile da noi, figuriamoci per bimbi di 4 anni. E quindi i genitori ci hanno richiesto un intervento su Whatsapp, sul gruppo per… parlarci, per farci sentire, per dare comunque un filo conduttore alle giornate con la nostra presenza. Poi abbiamo messo anche dei lavori su Telegram [...]. Però abbiamo notato che se mandavamo i nostri lavoretti [...] tramite Whatsapp avevano un risultato, se venivano mandati tramite Telegram un altro. Cioè il rapporto che riusciamo ad avere con i bambini su Whatsapp, in cui eravamo noi, la sezione, non era lo stesso rispetto ad un canale grande come poteva essere Telegram. Tant’è vero che alcuni bambini (i genitori) nemmeno lo aprivano.”

Dopo aver fatto attenzione e preso in considerazione questi aspetti, l’obiettivo delle maestre non è stato più la lezione, ma soprattutto la comunicazione e il far sentire la loro presenza.

Sia maestre che bambini erano impazienti di ricominciare. Tuttavia in alcuni casi sono state notate reazioni emotive da parte dei bambini, come pianti improvvisi, maggiore nervosismo e aggressività.

Inoltre molti bambini “sono stati lasciati a sé stessi” durante il periodo del lockdown.

E’ stato messo in evidenza a riguardo come questa situazione abbia portato ad un avvicinamento precoce dei bambini ai social network.

MAESTRA: “Loro [i bambini] hanno usato tanto il telefonino, fatto giochi sul telefonino… Come se… Come vi posso dire… Come se il telefonino fosse diventato un babysitter. E… hanno guardato anche cose sui social… che poi le ripropongono a scuola, ora, anche tutt’ora eh! E non è facile, tutte queste abitudini, toglierle. E’ un problema. Ora come ora questo sta diventando un problema, perché hanno guardato, hanno giocato con con i social, lì TikTok, di là avevano Instagram… Insomma voglio dire fanno anche i balletti, fanno delle sfide, tutte quelle cose là.”

A causa di questa mancanza di regole a casa, riprendere i ritmi precedenti alla pandemia è stato complesso. Molti, per esempio, non seguivano le regole base.

Ma bisogna ricordare che bambini sono dotati di una grande capacità di apprendimento e hanno memorizzato quasi subito le nuove regole dovute al Covid, costruendosi una nuova routine, per loro necessaria.

INTERVISTATORE: “Crede che i bambini risentiranno anche in futuro di questa situazione di discontinuità nell’apprendimento e anche nel coinvolgimento emotivo con i loro coetanei?”

MAESTRA: “Allora, in realtà secondo me questo è più nella fascia secondaria di primo e secondo grado. Nel nostro ordine di scuola il fatto è che sì, c’è stato il lockdown, però è passato. Nel senso: ora i bambini sono a scuola… il passato, quello che è stato il primo lockdown, per loro è già molto lontano [...]. La vivono per adesso in modo abbastanza sereno ecco. E’ vero anche che purtroppo i bambini si abituano a tutto, okay? [...]

I bambini sono ligi, hanno bisogno di sicurezze, di routine. Quindi una volta che il Covid entra nella routine lo si può accettare. [...]”

INTERVISTATORE: “Hanno creato loro [i bambini], nella loro mente, una concezione del Coronavirus?”

MAESTRA: “Il Coronavirus è quel virus, o come dicono alcuni nostri bimbi ‘quel virusaccio’, che li ha tenuti lontani da scuola, li ha tenuti lontani dagli amici e per cui bisogna tenere la mascherina. Poi glielo possiamo anche raffigurare, cosa che abbiamo fatto a volte, però per loro è soprattutto cosa comporta il Coronavirus, ecco. Per loro il Coronavirus è quello che è venuto dopo, le conseguenze.”

Bambina svolge a casa un lavoretto proposto dalle maestre

Nella Dad è mancato moltissimo il riscontro fisico e per alcuni bambini, vedere le loro insegnanti attraverso uno schermo è stato emotivamente stressante. Le maestre hanno ribadito più volte che, per loro, la scuola in didattica a distanza, non è affatto scuola. Molte insegnanti hanno riferito le loro difficoltà nell’utilizzo dei mezzi elettronici. Alcune si sono ingegnate, creando modi alternativi di fare lezione e coinvolgere i bambini, cercando di adattarsi a questo nuovo metodo. L’utilizzo di Telegram era proprio finalizzato a recapitare le registrazioni che le maestre producevano. Molti bambini sono stati coinvolti dalle lezioni

proposte e hanno fatto diversi molti lavoretti (cartelloni, disegni...).

Anche le famiglie si sono trovate in situazioni problematiche poiché i bambini sono molto piccoli e necessitano di essere seguiti da un adulto. Le difficoltà maggiori per i genitori sono state riscontrate soprattutto nella lingua, nella difficoltà a conciliare l’aiuto necessario al bambino nella Dad con il proprio lavoro e nei pochi mezzi a disposizione.

INTERVISTATORE: “Ha notato difficoltà nel seguire le lezioni da parte di bambini provenienti da situazioni socio-culturali diverse?”

MAESTRA: “[..] Purtroppo la Dad ha questa grande… grande pecca: che i più deboli comunque continuano ad essere deboli, e a volte [essa] può ampliare la loro separazione. In questo rapporto a distanza sicuramente lì dove i genitori già non frequentavano molto o erano poco attivi, lo sono stati ancora di meno. Purtroppo la Dad è questo, cioè la scuola si fa in presenza, qualsiasi ordine di scuola ha bisogno del contatto, della relazione. La Dad, ci si può sforzare quanto ti pare, non è propriamente scuola.”

Analogamente, un’altra maestra ha riferito:

MAESTRA: “Io penso che… come posso dirti… La didattica a distanza certo non è uno strumento adatto per educare, per istruire. Ora, in questo periodo, nel periodo di emergenza va bene, però è… è uno strumento che… è anche discriminante perché tanti non hanno potuto partecipare e… E quindi è stato un problema per loro non… Loro da marzo fino a settembre non hanno rivisto la scuola, capito? Se i genitori non avevano la possibilità per collegarsi perché avevano quelli grandi e poi avevano il lavoro… diventava un problema. E quindi è discriminante. E poi devo dire che la Dad ha fatto vedere le falle del sistema. Ha fatto vedere le falle del sistema, perché… con questa storia qui ci dobbiamo… ci si deve rendere conto che… della scuola se ne deve aver cura, per il benessere dei bambini e di voi, che siete più grandi e dei bambini, quelli più piccini che… che stanno crescendo e quindi è fondamentale la scuola, è fondamentale essere in presenza, è fondamentale stare con i bambini, con gli amici. Questo è la scuola! [...]”

Tutte le maestre intervistate hanno sottolineato quanto i bambini fossero felici al ritorno a scuola a settembre e con la voglia di ricominciare.

INTERVISTATORE: “Una volta tornati a scuola [i bambini] avevano dei comportamenti diversi rispetto all’anno precedente?”

MAESTRA: “Ma guarda io… guarda questa qui… a me quando fanno questa domanda… Come ti posso dire… Guarda mi emoziona.”

*passano dei momenti di silenzio*

MAESTRA: “Io mi ritrovai lì, facevo io la mattina … insomma tutta l’emozione di ritrovarsi e… quando rientrarono guarda: una cosa incredibile! Entrarono dentro, si guardarono intorno, così, come a dire ‘E’ rimasto tutto uguale”, … e correvano veloci di qua, di là, andavano a vedere lì tra i giochi, tutti gli angoli che ci sono e… loro... guarda è stata una cosa incredibile! Io...cioè questa domanda è micidiale, guarda veramente, micidiale.” *Conclude, evidentemente emozionata e commossa*

INTERVISTATORE: “Fa piacere comunque notare che c’è dell’interesse da parte di entrambi, un attaccamento comunque a… questo lavoro e al fatto di mantenere vive le relazioni.”

Dall’intervista alla maestra di sostegno è emerso che il bambino che lei segue da più tempo non ha potuto assistere alle terapie di cui necessita, cosa che ha gravato molto su di lui.

INTERVISTATORE: “Ci sono state terapie di cui ha bisogno [questo bambino] ed è stato difficile somministrare durante il lockdown?”

MAESTRA: “Assolutamente sì, cioè quasi tutte le terapie a cui lui partecipava… Generalmente i bambini a quest’età partecipano a logopedia e a psicomotricità e praticamente sono state sospese nel periodo della chiusura, quindi c’è stato effettivamente un grosso problema. Anche perché le terapie ovviamente non si fanno online, a distanza e quindi è stata proprio una sospensione totale.[...] Soprattutto poi comunque noi insegnanti, come i genitori, non siamo terapisti, quindi non è necessariamente detto che anche i consigli o suggerimenti che ci vengono dati vengano seguiti nel modo giusto.”

La maestra ha poi riferito che una volta tornato a scuola, il bimbo ha avuto un regresso nell’autonomia e non ha compreso la situazione. La maestra ha ribadito quanto si sono dovute impegnare per far riprendere i ritmi del periodo precedente alla quarantena, sostenendo i bambini a livello emotivo e affettivo, dunque nelle sfere secondo lei più colpite da questo metodo d’insegnamento.

L’insegnante evidenzia inoltre che il Covid non deve essere un alibi per non fare niente, lanciando una sorta di appello a tutti i genitori con bambini piccoli di provare ad essergli di sostegno e coinvolgerli in qualcosa.

INTERVISTATORE: “[...] Che consigli darebbe alle persone che in questo periodo si trovano a relazionarsi con dei bambini disabili?”

MAESTRA: “Ma i consigli secondo me son quelli… gli stessi di sempre in qualsiasi situazione… Con un bambino disabile bisogna… pensare e non pensare alla disabilità, nel senso che la disabilità deve essere considerata ovviamente nel momento in cui o si propongono le attività o comunque si deve fare il conto con dei limiti oggettivi che può avere il bambino, ma non deve essere mai un alibi per non fare, non deve essere mai un alibi neanche per il bambino, perché comunque il bambino diventerà un adulto e nessuno poi gli farà sconti comunque… perché ha delle difficoltà… Ed è importante questo perché altrimenti si rischia di non… di non dar spazio invece a tutte le risorse positive che questi bambini hanno. Se si vede solo la disabilità, poi tutto il resto… va in secondo piano… e non è giusto per nessuno, ma soprattutto per loro. Quindi, come tutti i bambini… tanta emotività, tanta relazione e… e poi ci si può piacere o non piacere anche con un bambino con una disabilità, ecco. Siamo persone quindi… la relazione passa proprio dalla pelle. La pelle e lo sguardo.”

“La relazione passa proprio dalla pelle”. Questa frase potrebbe riassumere bene ciò che è stato messo in luce dalla sei interviste. Di queste sono state trascritte solo alcune parti essenziali, ma ogni singola intervista ha fornito nuove informazioni e prospettive.

In conclusione sia il questionario sia l’intervista hanno evidenziato come tema centrale la stanchezza dei bambini e quanto fossero provati durante il lockdown della scorsa primavera. Questa condizione risulta legata alla possibilità di avere accesso a degli spazi pubblici domiciliari, ma soprattutto dipende dall’eventuale separazione improvvisa dall’ambiente scolastico e dalle condizioni economiche delle famiglie.

Gli stessi aspetti sono stati ripresi anche dalle maestre che hanno spesso ritratto la didattica a distanza come un mezzo che può essere discriminatorio. Hanno potuto partecipare con facilità a questo nuovo metodo d’educazione coloro che potevano essere seguiti dai genitori e avevano i mezzi per farlo, ovvero le famiglie più avvantaggiate anche economicamente. Queste risultano essere principalmente famiglie di origini italiane.

Il punto di vista delle maestre ha evidenziato, inoltre, i disagi nati nelle case durante la quarantena, come l’avvicinamento precoce dei bambini al mondo dei social network o la loro maggiore difficoltà nel seguire le regole.

A prescindere da culture, lingue o nazionalità, tutti i bambini hanno mostrato un’enorme voglia di tornare a scuola.

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