Scappa - Get Out Voto: 8.5/10

Scappa Get Out segna il debutto dietro la macchina da presa per Jordan Peele, attore newyorkese poco noto al grande pubblico ma che sembra stia raccogliendo consensi ovunque da quando il film, da lui anche scritto e co-prodotto, è apparso al...

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Scappa Get Out segna il debutto dietro la macchina da presa per Jordan Peele, attore newyorkese poco noto al grande pubblico ma che sembra stia raccogliendo consensi ovunque da quando il film, da lui anche scritto e co-prodotto, è apparso al Sundance Film Festival.

Facile immaginare che dietro all’ennesimo successo di questo thriller-horror a bassissimo budget (si parla di circa quattro milioni e mezzo di dollari) ci sia la mano del Re Mida della new horror americana, quel Jason Blum che con la sua Blumhouse Productions ha dato vita negli ultimi anni a numerosi successi commerciali, soprattutto nel genere horror.

A lui si devono infatti la serie di Paranormal Activity, Insidious, Sinister e la trilogia La Notte del Giudizio scritta e diretta dal carpenteriano James DeMonaco.

Ma le pellicole passate tra le mani di Blum non si fermano qui, tra i film prodotti c’è pure il gangster movie Lawless di John Hillcoat, lo stupendo Whiplash che ha lanciato Damien Chazelle nella mecca dei “big money” di Hollywood (La La Land), l’horror blasfemo di Rob Zombie Le Streghe di Salem, il ritorno di M. Night Shyamalan con The Visit e Split, e il debutto alla regia in un lungometraggio di Joel Edgerton con il bellissimo thriller Regali da uno sconosciuto.

Insomma una serie interminabile di successi (ma anche qualche sonora cantonata) che hanno portato molti a definire Jason Blum come il Roger Corman degli anni 2000. La regola del suo successo si basa su un assunto semplice quanto efficace: avere un approccio completamente diverso da quello delle major. In sintesi: contenere i costi.

Così pure Jordan Peele e il suo Scappa Get Out – pellicola girata in solo 28 giorni – hanno trovato, grazie alla Blumhouse Productions e alla distribuzione della Universal Pictures, la loro dimensione. La pellicola racconta di Chris Washington (il bravissimo Daniel Kaluuya), un giovane afro-americano, e della sua fidanzata Rose Armitage (Allison Williams), una ragazza bianca, durante la visita ai genitori di lei: il padre, appassionato di caccia (interpretato da Bradley Whitford), la madre, che dice di essere una sorta di parapsichiatra (con il volto di Catherine Keener) e il fratello squinternato (un Caleb Landry Jones sempre in overacting).

Una volta arrivati alla tenuta, Chris si convincerà che il comportamento eccessivamente accomodante della famiglia sia in realtà un tentativo di gestire il loro imbarazzo verso il rapporto interrazziale della figlia, ma con il passare del tempo, però, atteggiamenti strani e scoperte inquietanti metteranno a repentaglio la sua stessa vita. C’è poco da fare.

Con buona pace dei detrattori o di chi resta ancora diffidente al genere, l’horror è ancora una volta (come lo è sempre stato insieme alla fantascienza) capace di filtrare e riproporre in chiave metaforica le urgenze e i problemi del mondo contemporaneo, spesso anche in un modo decisamente più efficace di tante altre pellicole che si sforzano a tutti i costi di risultare eccessivamente raffinate e di gusto.

Jordan Peele, il regista e sceneggiatore, trova un meccanismo perfetto per la sua creatura ibridando horror, thriller e comedy, riuscendo a far coesistere tutto incredibilmente bene.

Non ci sono sbavature o forzature, si passa da momenti di pura tensione ad altri estremamente divertenti (tutti nelle mani dell’amico del protagonista, Rod) capaci di stemperare e far riprendere fiato allo spettatore.

Momenti volutamente comici che tra l’altro non fungono semplicemente da collante all’interno di un contesto più horror, ma sono parte integrante ed importante dell’intera struttura.

Peele infatti, attore e regista di colore, con il personaggio di Rod, di colore pure lui, si può permettere di sbilanciarsi giocando con stereotipi e con linguaggi superbamente coloriti senza il rischio di essere considerato eccessivo o discriminatorio. L’orrore del razzismo e il razzismo dell’orrore diventano in Scappa Get Out un unicum di straordinaria potenza tanto visiva, lo si vedrà in molte scene, quanto narrativa.

Peele firma una delle migliori sceneggiature di questa stagione cinematografica e lo fa raccontando una storia che rappresenta una spaccato cinico che ben si colloca in questa nuova era trumpiana, mostrando i chiaroscuri di quella società americana che si considera una delle migliori democrazie ma che affonda le radici della propria origine nel magma oscuro della violenza.

Se i bianchi sono i cattivi del film, capaci di nascondere dietro ad un ipocrita e forzata ammirazione per Obama la volontà di sottomettere l’Altro, i personaggi di colore (se si esclude l’amico Rod e i suoi momenti comici) sono tutti corpi apparentemente svuotati e uniformati, quasi con placida ed inebetita rassegnazione, all’idea di integrazione razziale dei bianchi.

Ed è proprio sulla base di questo concetto che Peele inserisce una delle idee più folgoranti, quel “sunken place” come sprofondo della coscienza tramite ipnosi per le vittime, tramutati in spettatori inerti del loro corpo letteralmente violato e dominato. Percepiscono, vedono e sentono ma restano incapaci di opporsi al controllo.

Metafora incredibile dell’uomo bianco che entra nella testa dell’uomo di colore che, passivamente, accetta l’idea di integrazione voluta dal primo. Una “pace interrazziale” che ha più il sapore di una resa.

Voto: 8.5/10

Scappa - Get Out (Get Out, USA 2017, horror 103')

Regia: Jordan Peele

Sceneggiatura: Jordan Peele

Cast: Bradley Whitford, Allison Williams, Betty Gabriel, Caleb Landry Jones, Daniel Kaluuya Film al cinema Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar 5/10

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