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Gli affreschi di Piero come non li avete mai visti: luce sulla Cappella Bacci

Sarà presentata nel corso di una conferenza stampa la nuova illuminazione pensata per rendere la visita agli affreschi di Piero della Francesca un'esperienza unica

Una nuova luce. Un punto di vista migliore, nitido, vivido ed emozionante. La Cappella Bacci, e più in generale la basilica di San Francesco, torna a risplendere con un'illuminazione rivista e perfezionata che consentirà ai tanti visitatori di sbalordirsi ancora di più di fronte agli affreschi di Piero della Francesca.

La chiesa cittadina è, per chi non lo sapesse ancora, lo scrigno che dal 1466 custodisce La storia della Vera Croce, affresco che porta la firma dell'artista di Sansepolcro, che molti chiamano maestro della luce. 

Piero della Francesca si occupò di terminare l'opera commissionata nel 1447 dalla famiglia Bacci all'artista Bicci di Lorenzo il quale morì nel 1452. Fu proprio Piero a dare corpo, anima e colore alla regina di Saba, al sogno di Costantino, alla battaglia di Ponte Milvio. 

La nuova architettura luminosa, che è stata pensata e disposta per rendere maggiore giustizia a uno dei capolavori dell'arte rinascimentale meglio conservati al mondo, verrà presentata nel corso di una conferenza stampa il prossimo venerdì 4 ottobre. 

Light is back, questo il titolo scelto per l'appuntamento al quale prenderanno parte Stefano Casciu, direttore del Polo Museale della Toscana, padre Roberto Bernini, ministro provinciale di Toscana dei Frati Minori Conventuali, Basilica di San Francesco, Arezzo, Adolfo Guzzini, presidente emerito di iGuzzini illuminazione e Antonio G. Stevan, progettista illuminotecnico.

Il giorno di San Francesco, patrono d'Italia e custode per Arezzo delle mirabili opere, ecco che la basilica sarà invasa di una luce tutta nuova, personale, unica, eterna.
 

A proposito della Storia della Vera Croce

Le Storie della Vera Croce è un ciclo di affreschi conservato nella cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo. Iniziato da Bicci di Lorenzo - riporta Wikipedia - venne dipinto soprattutto da Piero della Francesca, tra il 1452 e il 1466, che ne fece uno dei capolavori di tutta la pittura rinascimentale.

Nel 1417 era morto Baccio di Maso Bacci, un ricco mercante appartenente a un'importante famiglia aretina, nelle cui disposizioni testamentarie era previsto un generoso lascito per la decorazione del coro della basilica francescana, patronato dalla famiglia stessa. Iniziative del genere non erano infrequenti nei testamenti tra Medioevo e Rinascimento, ed erano una sorta di riconciliazione religiosa di individui di successo che si erano arricchiti in maniera non del tutto tollerata dalla Chiesa, come il prestito e il "cambio", che all'epoca erano considerati peccato di usura.

Le disposizioni testamentarie vennero messe in pratica dagli eredi solo trent'anni dopo, quando nel 1447 Francesco Bacci vendette una vigna per pagare i lavori che vennero affidati all'attempato artista fiorentino Bicci di Lorenzo, maestro di una delle più attive botteghe della città toscana, ma dallo stile piuttosto ancorato al passato, che non abbracciò mai, se non in questioni superficiali, le novità dell'arte rinascimentale. Bicci di Lorenzo iniziò a dipingere i pennacchi della volta (quattro Evangelisti), la parte superiore del sottarco della cappella (due Dottori della Chiesa: Gregorio e Girolamo) e il prospetto esterno dell'arco trionfale (Giudizio Universale), ma nel 1452 si ammalò gravemente morendo di lì a poco.

Presumibilmente Giovanni Bacci, figlio di Francesco che aveva intensi rapporti con i circoli umanistici aretini, chiamò allora un artista della nuova corrente artistica, scegliendo Piero della Francesca, che era ormai ben noto oltre i confini della sua patria (Sansepolcro) ed aveva già lavorato per corti importanti quali Ferrara, Rimini e Urbino.

Come risulta da un documento notarile, i lavori furono interrotti negli anni 1458-1459, quando Piero fu a Roma, alla corte papale di Pio II, dove eseguì nel Palazzo Apostolico affreschi ben documentati ma oggi perduti. Qui entrò in contatto con artisti di altre scuole, in particolare fiamminghi, che influenzarono il suo stile, come si legge nelle caratteristiche diverse degli affreschi aretini della seconda fase, dipinti dopo il soggiorno romano.

Gli affreschi della Vera Croce risultavano terminati entro il 1466, quando la confraternita aretina della Nunziata commissionò a Piero uno stendardo con l'Annunciazione, nel cui contratto si faceva riferimento al ciclo ben riuscito, che aveva orientato la scelta sul pittore biturgense. Quello stesso anno Piero dipinse l'affresco di una Maddalena nel Duomo di Arezzo.

Gli affreschi vennero "riscoperti" a metà del XIX secolo, quando si risvegliò l'interesse verso Piero della Francesca a partire dai viaggiatori e gli studiosi inglesi. Il primo articolo in cui si acclamava Piero come artista di prim'ordine fu scritto nel 1858 da Austen Henry Layard nel Quarterly Review. Con la costruzione della prima linea ferroviaria per Arezzo a metà degli anni sessanta dell'Ottocento, gli artisti inglesi, che già avevano ammirato il Battesimo di Cristo della National Gallery, si riversarono a vedere gli affreschi di Arezzo e di Sansepolcro, dove apprezzavano la "laicità" della sua nuova scienza prospettica e l'ispirazione che, secondo loro, derivava dall'arte greca, baluardo dei neoclassici. Lo stesso Edgar Degas visitò Arezzo, traendo ispirazione per opere come Semiramide alla costruzione di Babilonia, oggi al Museo d'Orsay, o i Giovani spartani alla National Gallery di Londra[2].

Il primo critico moderno ad occuparsi di Piero della Francesca fu Adolfo Venturi nel 1911, seguito a breve da Roberto Longhi nel 1913 (Piero dei Franceschi e le origini della pittura veneziana), che ne diede un'originale rilettura attraverso Cézanne, nel quale riscontrava lo stesso "intervallarsi regolare di volumi regolari", in scene come la Verifica della Croce. Nel 1914 riprese l'accostamento nella Breve ma veridica storia della pittura italiana, parlando di straordinaria "sintesi tra la forma e il colore per via prospettica", ripresa anche da Seurat.

Gli affreschi sono stati oggetto di accurato lavoro di restauro terminato nel 1992.

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