La Biennale di Venezia 2015 al fotofinish. Il Padiglione Italia: come salvarlo dal ridicolo

Nel primo Forum dell’Arte Contemporanea svoltosi lo scorso settembre a Prato, si è parlato anche della Biennale di Venezia e su come si potrebbe riorganizzare in maniera più efficiente il nostro Padiglione Italia. Prima però vorrei riassumere...

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Nel primo Forum dell’Arte Contemporanea svoltosi lo scorso settembre a Prato, si è parlato anche della Biennale di Venezia e su come si potrebbe riorganizzare in maniera più efficiente il nostro Padiglione Italia.

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Prima però vorrei riassumere brevemente le origini della Biennale. Nata con una delibera dell'Amministrazione comunale del 19 aprile 1893, in cui si propose per l’anno successivo, di "istituire una Esposizione biennale artistica nazionale", che potesse risaltare anche in vista dei festeggiamenti delle nozze d'argento tra il re Umberto e Margherita di Savoia. Dopo vari Consigli, nel 1895 si ebbe l’inaugurazione ufficiale riscuotendo un incredibile successo di pubblico e ben 224.000 furono i visitatori che si recarono nella Laguna e di questi, buona parte in possesso di biglietti speciali ferroviari di andata e ritorno che includevano l'ingresso all'Esposizione…

Nelle biennali seguenti, la Secessione Viennese fu vista come la tendenza artistica del momento, determinando dei rapporti particolarmente privilegiati con l’organizzazione, basta ricordare che proprio in quegli anni fu presentata la Giuditta II di Klimt. La rivincita degli artisti francesi non si fece però attendere e nei maturi anni 20’, il Padiglione francese ospitò retrospettive di Gauguin, Toulouse-Lautrec, Monet, Manet, Degas, Renoir e presentò maestri contemporanei come Matisse (1928), Van Dongen (1930) e Zadkine (1932). La Gran Bretagna organizzò personali di Nicholson, Epstein e Moore, mentre la Germania, prima dell'avvento del nazismo, presentò Marc, Nolde, Klee e gli espressionisti Dix, Hofer, Beckmann, Kirchner e Schmidt-Rottluff. Nel 1928 fu allestita la mostra sulla Scuola di Parigi con opere di Bissière, Chagall, Ernst e Zadkine. Notevole attenzione venne dedicata agli artisti che in quegli anni risiedevano nella capitale francese. Appels d'Italie fu il titolo che Mario Tozzi scelse per la mostra da lui curata per la Biennale del 1930, un confronto di artisti italiani francesi residenti nella capitale d'oltralpe, mentre Severini nel 1932 presentò proprio una Mostra degli italiani a Parigi, in cui espose, tra le altre opere, I Gladiatori di De Chirico. Con l'avvicinarsi della guerra, il numero di nazioni presenti alla manifestazione diminuì notevolmente, per ridursi a dieci nel 1942, edizione decisamente in tono minore, incentrata su artisti militari. Le due successive edizioni del 1944 e del 1946 non ebbero luogo. Dalla prima inaugurazione sono passati 150 anni e ci troviamo in un’epoca molto lontana ma vicina per cambiamenti e trasformazioni culturali ed economiche e la necessità di un cambiamento che si possa approcciare con il contemporaneo o rivoluzione digitale, sotto forma di una nuova lettura innovativa-temporale della macchina organizzativa, è quello che si è discusso a Prato. Innanzitutto, una proposta accolta all’unanimità dai partecipanti al forum, è quella che riguarda la nomina del curatore, vincolata dall’istituire una commissione internazionale, sempre diversa negli anni. In secondo luogo la necessità di creare un organo di mediazione che riesca a scindere il più possibile il curatore dall’essere collegato alla politica. Sarà poi tutela del curatore gestire al meglio le tempistiche di insediamento, è noto come molto spesso il curatore non abbia il tempo necessario nell’arrivare a programmare i fondi assegnati in rapporto allo spazio disponibile. Lo spazio… che con il tempo pare sia diventato sempre più un grosso e ingombrante punto interrogativo! Nelle precedenti edizioni la cattiva gestione della superficie ha generato un “over plus” di artisti creando una confusione generale. Una superficie inizialmente di 800 mq che con il passare degli anni e degli eventi ha raggiunto i 1800 mq. Cosa farne e come utilizzarla? Tra le varie proposte, alcune mi sembrano tra le più adeguate, ad esempio quella di trasformare il Padiglione in una piattaforma/contenitore tentando di riempirlo con le risorse del luogo e destinarlo a punto di approfondimento per dibattiti a carattere internazionale. Si è accennato anche ad un’altra questione quella degli scollamenti. Una volta nominato il curatore, rimane viva l’assoluta astrazione nella scelta degli artisti con le loro opere, nella tematica e nell’approccio. Alcune affermazioni, da non sottovalutare, hanno puntato il dito su come si dovebbe interrogare il Padiglione Italia in merito allo scenario italiano e alla sua italianità. Nel senso che si va ancora seguendo dinamiche di inclusione basate su legami forti o deboli che sostengono gli artisti a lungo termine. Nell’ultimo Padiglione il 60% della scelta è stata delegata alla potenza di una galleria: è una mancanza di ambizione nell’affrontare il formato Padiglione. Prescindendo dal fatto se abbia ancora senso parlare di Padiglioni nazionali nell’epoca della globalizzazione, alcuni hanno ribadito sulle responsabilità del curatore che dovrà svolgere una realtà più concreta per esprimere il suo ruolo. Quest’anno sono stati esposti quindici artisti e di questi le uniche presenze italiane, che non siano solo di nascita, erano poche..

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