Mercoledì, 23 Giugno 2021
Cultura

Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick - Voto: 6.5

Nathaniel Hawthorne definì Moby Dick di Herman Melville "un'opera dalla grandezza simile a quella di Omero". Pubblicato nel 1851 il romanzo fu accolto abbastanza tiepidamente dal pubblico, alla morte di Melville, avvenuta nel 1891, ne furono...

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Nathaniel Hawthorne definì Moby Dick di Herman Melville "un'opera dalla grandezza simile a quella di Omero".

Pubblicato nel 1851 il romanzo fu accolto abbastanza tiepidamente dal pubblico, alla morte di Melville, avvenuta nel 1891, ne furono vendute poco più di tremila copie.

Come spesso accade la magnificenza di certe opere viene incensata ed adeguatamente riconosciuta solo in un secondo momento, come se il pubblico a cui sono rivolte abbia necessariamente bisogno di tempo per essere pronto a metabolizzarle e comprenderle a dovere.

Il racconto di Melville non è solo avventura ma soprattutto una digressione sul bene e sul male, sulla bramosia e sulla cupidigia dell'essere umano nella cieca convinzione di piegare e contenere la forza della natura.

Ron Howard, a suo agio con i toni avventurosi (Willow, Cuori ribelli, Apollo 13) con Heart of the Sea non intende riportare su pellicola le pagine del capolavoro letterario ma più precisamente i fatti reali che lo hanno ispirato.

Il film si apre con un giovane Melville che bussa alla porta di Thomas Nickerson, ultimo superstite del naufragio della baleniera Essex avvenuta quando Thomas era solo un ragazzino.

In un primo momento Nickerson, burbero e taciturno, non intende tornare con i ricordi a quel terribile disastro, quasi covasse un dolore implacabile che da quell'evento non l'ha più abbandonato.

La determinazione dello scrittore, pronto ad impegnare il proprio patrimonio pur di conoscere la verità, avrà però la meglio sulla cocciuta ostinazione dell'anziano padrone di casa.

Un viaggio che parte quindi con un racconto, una confessione, che ha inizio in una città in cui, come in molte altre, la vita è scandita dalla partenza di baleniere alla ricerca di enormi cetacei, all'epoca oggetto di un preciso e scellerato sfruttamento economico in quanto l'olio di balena bene prezioso e antesignano del petrolio.

Howard non si sofferma più di tanto sulle tematiche che un racconto del genere porta inevitabilmente in grembo, come la convivenza forzata degli uomini nella nave.

Giusto il tempo necessario a capire il duro braccio di ferro che si innesca tra il primo ufficiale Owen Chase, il granitico Chris Hemsworth e il capitano dell'Essex George Pollard (Benjamin Walker).

La natura dell'ultima fatica del regista va ritrovata principalmente nel desiderio di raccontare un'avventura nel più classico ed epico dei modi.

L'intento è quello di renderci partecipi dell'azione, la scelta di campi stretti se non addirittura strettissimi lo testimoniano più di una volta.

Si ha in alcuni rari casi come l'impressione di essere anche noi parte dell'equipaggio dell'Essex, bagnati e sbattuti dalla violenza del mare.

La macchina da presa inquadra con occhio preciso e ravvicinato molte delle manovre marinaresche durante le scene più concitate rendendo il tutto ancora più coinvolgente.

Nonostante la scelta cromatica della fotografia patinata ma tendente ai toni del verdastro mostri in alcune sequenze l'abuso e i limiti di CG non sempre all'altezza, quel senso d'immersione caratteristico del racconto epico cinematografico non viene quasi mai a mancare.

La spiccata propensione all'avventura della prima parte della pellicola, lascia spazio ad una più marcatamente meditativa dopo l'arrivo dell'elefantiaca balena bianca.

I toni si abbassano privilegiando così in parte le riflessioni già care al romanzo di Melville.

Se il binomio uomo/natura è matrice fondamentale ma non preponderante della seconda parte dell'opera, il conflitto e la natura autodistruttiva che alberga nell'uomo ne è invece il fulcro.

La decisione del capitano e del primo ufficiale di raggiungere confini marittimi quasi inesplorati con la promessa di un ricco bottino di olio di balena, è frutto della loro arroganza e avidità.

Così come la fallace ostinazione di Chase nel catturare l'enorme cetaceo capace solo di concludersi con un inevitabile disastro.

Sono tutte conseguenze della più antica delle nemesi dell'uomo; la tendenza all'annientamento con le proprie mani nel bieco tentativo di sopraffare la natura.

L'enorme balena bianca segue l'equipaggio stremato e costretto a compiere scelte difficili pur di tornare salvi sulla terra ferma, quasi l'animale ne osservasse da vicinio il lento decadimento, l'agonia e la catabasi causati dal naufragio.

Fino alla presa di coscienza di Chase attraverso un dialogo fatto di sguardi con la balena, lasciando finalmente intravedere quel senso di commiserazione solitamente avverso nell'essere umano.

Howard ci proietta così in un'avventura marinaresca trattata come da copione, senza aggiungere niente di nuovo al genere e con dialoghi non semore all'altezza ma pur sempre con quel piglio solido e deciso di chi sa di aver svolto il proprio compito.

Voto: 6.5/10

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