Lunedì, 22 Luglio 2024
Economia

Moda. L’appello di Cna: “Regione e Governo tutelino gli artigiani del made in Italy”

L'analisi del presidente di Cna Valdarno e Federmoda Toscana

"Ancora non si notano i segnali della ripresa. Le filiere della moda sono una parte significativa dell’economia toscana e dunque dobbiamo incentivare la manualità e la formazione partendo dalle scuole”. Sono queste le parole di Paolo Pernici, presidente di Cna Valdarno e Federmoda Toscana, che interviene per stilare una sorta di bilancio dello stato di salute del comparto al netto delle difficoltà vissute nell'ultimo periodo.

“La nostra associazione - prosegue Pernici - deve alimentare rapporti e relazioni per poter dire la sua e Cna Federmoda chiede attenzione per la sostenibilità economica delle filiere, che potrà essere garantita soltanto con un giusto compenso in tutti i passaggi. In questo modo, le nostre filiere saranno sane e certificate. La pelletteria in particolare sta segnando il passo da fine 2022; sembrava una crisi transitoria, ma in realtà i contorni che sta assumendo sono più preoccupanti. Se si guarda il contesto nazionale, è chiaro che il contraccolpo sia più forte nelle aree in cui la moda ha una maggiore rilevanza in termini di produzione, per questo oltre che al Governo ci siamo rivolti anche alla Regione Toscana. Abbiamo chiesto due misure di emergenza e la prima riguarda il prolungamento della cassa integrazione, perché vi sono aziende che hanno iniziato a esaurire il “monte ore”. La seconda richiesta è stata quella di una moratoria sui finanziamenti garantiti, perché in un momento di crisi occorre prolungare i termini di finanziamento. Abbiamo inoltre richiesto l’apertura di un tavolo permanente di confronto alla Regione Toscana e il presidente Eugenio Giani si è attivato per esercitare pressione sui Ministeri, che non sempre hanno a disposizione  numeri aggiornati o che a volte faticano a inquadrare le specificità anche geografiche del settore”.

Ma quali cause hanno determinato questa crisi? “Parlerei di concause – conclude Pernici – e la principale è il rallentamento del mercato cinese; la crisi immobiliare che ha investito quel Paese ha creato difficoltà alla classe media, che ha smesso di acquistare. Una sicurezza che è venuta meno e dunque il mercato cinese si è fermato. In più, nel post Covid i grandi marchi erano ripartiti con euforia e, nella speranza di vendite che sembravano in crescita, avevano riempito i magazzini, poi il mercato si è all’improvviso bloccato e i marchi si sono trovati a dover smaltire le rimanenze, creando lo stallo nella catena produttiva. Meno rilevante l’incidenza di inflazione e carovita, perché la variabile che conta nel nostro settore è la fiducia nelle prospettive”:

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