Miraggio telelavoro, ad Arezzo è "smart" un impiego ogni quattro

"Chi può resti a casa. È forse una delle frasi più ricorrenti nelle raccomandazioni dei politici e degli esperti alla sicurezza, che rimarrà nella nostra memoria dei tempi del Coronavirus". Ecco la panoramica dell'Irpet sullo smart working in Toscana

"Chi può resti a casa. È forse una delle frasi più ricorrenti nelle raccomandazioni dei politici e degli esperti alla sicurezza, che rimarrà, probabilmente, nella nostra memoria quando rievocheremo in futuro i tempi, poco gloriosi, del Coronavirus. Chi può resti a casa, quindi. Con ciò intendendo la possibilità di svolgere un lavoro da remoto, comunemente nota come telelavoro, lavoro agile o smart working".

Viene introdotto così l'accurato lavoro di S. Duranti, N. Faraoni, V. Patacchini e N. Sciclone per l'Irpet (l'istituto regionale di programmazione economica toscana) sul "lavoro agile" in Toscana. Sono state analizzate le varie tipologie di professioni, le possibilità di lavoro da remoto, la necessità di avere interazioni e l'autonomia nello svolgimento della professione, sviscerando potenzialità e criticità, anche in relazione alle diverse aree territoriali.

Complessivamente in Toscana sono state giudicate "telelavorabili", quindi eseguibili in modalità smart, il 32,6% delle attività. Poco meno di un terzo. Più alta la quota degli impieghi necessariamente eseguibili sul posto di lavoro (44,5%). Il restante 22,9% è giudicato dalla ricerca non classificata o non classificabile.

"Emerge - spiega il rapporto - una forte eterogeneità, con alcuni settori dei servizi (servizi di informazione e comunicazione, attività finanziarie e assicurative, Amministrazione pubblica e difesa assicurazione sociale obbligatoria, Istruzione, sanità e altri servizi sociali) in cui la telelavorabilità riguarda ben oltre la metà degli occupati, e altri, come l’agricoltura, le costruzioni e il comparto alberghiero-ristorativo, in cui sono le professioni non telelavorabili a prevalere nettamente".

Per quanto riguarda la provincia di Arezzo, le attività "telelavorabili" sono addirittura di meno: appena il 25,1%. Mentre il 44,9% è classificato come attività "non telelavorabile".

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"Anche in termini territoriali - prosegue il l'Irpet - si osservano delle eterogeneità, per lo più legate alla distribuzione delle diverse attività economiche tra le province. Firenze e Pisa, caratterizzate da una maggiore quota di servizi, si distinguono per l’elevata incidenza di occupati in professioni telelavorabili, mentre i residenti nelle province di Arezzo, Grosseto e Massa hanno una minore probabilità di poter lavorare da casa".

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