Le elezioni in Gran Bretagna e il partito conservatore

Dunque la Gran Bretagna è andata al voto perché Theresa May, leader dei Conservatori e Primo Ministro, voleva più forza in vista delle negoziazioni per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (Brexit), che si preannunciano ben più dure di...

Dunque la Gran Bretagna è andata al voto perché Theresa May, leader dei Conservatori e Primo Ministro, voleva più forza in vista delle negoziazioni per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (Brexit), che si preannunciano ben più dure di quanto preventivato oltremanica. Come ormai noto il partito della May ha ottenuto meno deputati di quanti ne avesse prima, rendendo il lavoro della premier più difficile e mettendone in discussione il ruolo come capo del prossimo Governo.

Nelle ultime ore sembra che, grazie ai voti degli unionisti nordirlandesi, i Conservatori possano riuscire a formare un Governo che però sarà inevitabilmente meno forte del precedente che May già considerava troppo debole.

Il parlamento precedente, è bene ricordarlo, era stato eletto quando i Conservatori erano guidati da Cameron, che ha poi chiesto il referendum sulla Brexit sperando che prevalesse il voto per rimanere nell’Unione; come tutti sanno i cittadini britannici hanno votato contro e Cameron si è dimesso. Naturalmente tutto quanto sopra potrebbe confondere molti osservatori, ma in realtà va letto nell’ambito della lotta per la leadership del Partito Conservatore.

In effetti già al tempo del referendum alcuni alti rappresentanti dei Tories, come vengono anche chiamati i Conservatori, si erano schierati a favore, alcuni contro l’uscita dall’Unione Europea. Anche alcuni ministri erano su campi opposti.

Che le loro posizioni non fossero dettate dal tema in discussione è stato palese quando, il giorno dopo il voto, è stato evidente che nessuno nel campo pro Brexit, e nemmeno nel campo opposto, avesse un piano preciso su cosa fare.

In quel frangente è stata chiamata Theresa May come capo del Governo, in quello che è sembrato più che altro un modo per scontentare tutti (ovvero i ministri e alti dignitari del partito che più apertamente si erano schierati da una o dall’altra parte) e quindi non dar ragione a nessuno.

May, una volta al potere, ha cercato di fare una mossa simile a quella del suo predecessore: ha indetto elezioni anticipate dicendo di volere più forza per le negoziazioni, ma in realtà molto probabilmente più che altro per evitare di sparire alle prossime elezioni risucchiata da manovre di partito.

Il pubblico britannico, che non si era mai davvero appassionato al tema europeo, ha votato pensando ad altro e ha punito i Conservatori.

Il beneficiario è stato, più per demerito dei Tories che per metriti suoi, un partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, un politico di quelli che fanno fare le tessere ma perdere le elezioni. Infatti i laburisti hanno sì guadagnato terreno, ma sono lontanissimi dal poter governare.

La partita più pericolosa era, per moti, quella che si giocava in Scozia ed Irlanda del Nord.

In effetti con la Brexit c’è un vero rischio di dissoluzione del Regno Unito: sia la Scozia che il Nord Irlanda hanno infatti votato per rimanere nell’Unione Europea e gli scozzesi stanno reclamando a gran voce un nuovo referendum per uscire dal Regno Unito.

In questi territori le cose sono andate meno peggio ai Conservatori, dato che i nazionalisti scozzesi hanno perso terreno e in Nord Irlanda non c’è stata una vittoria netta dello Siinn Fein, partito che vorrebbe l’unificazione con la Repubblica d’Irlanda, o Eire.

Non è un caso che la May abbia scelto di formare un governo proprio con il partito che appoggia il dominio britannico in Nord Irlanda: i Conservatori vogliono evitare di essere ricordati come quelli che hanno permesso la dissoluzione del Regno Unito, mentre gli unionisti irlandesi vogliono semplicemente evitare di diventare cittadini dell’Eire.

Comunque vada le negoziazioni con l’Unione Europea non saranno facilitate come May diceva di sperare e non si vede ancora un piano credibile della Gran Bretagna con obiettivi precisi.

Intanto la carriera politica di Theresa May ha senz’altro subito una battuta d’arresto, e in chiave di leadership del partito conservatore la partita è rimasta aperta.

Vedremo cosa succederà nelle prossime settimane.

Intanto in Italia non si trova un accordo nemmeno per la legge elettorale, ma al momento il mondo guarda altrove.

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La lezione per i politici di tutti i Paesi è: evitare di andare a votare su temi che i cittadini sentono poco, magari con l’intento di migliorare la propria posizione all’interno del Partito, perché è inevitabile che questi voteranno pensando ad altro. Ogni riferimento alla situazione italiana non è certo casuale.

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