Lavoro: l'80% dei nuovi assunti è a termine. Sereni: "Non sarà il decreto dignità a ribaltare la situazione"

Non è tanto il tasso di disoccupazione l'elemento che è saltato all'occhio nell'ultima indagine sul mercato del lavoro italiano. Malgrado l'incremento di 0,2 punti percentuali nel solo mese di giugno, non è questa percentuale a fare notizia. A...

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Non è tanto il tasso di disoccupazione l'elemento che è saltato all'occhio nell'ultima indagine sul mercato del lavoro italiano. Malgrado l'incremento di 0,2 punti percentuali nel solo mese di giugno, non è questa percentuale a fare notizia. A balzare agli occhi è piuttosto l'incremento dei contratti a termine. In tutta Italia, secondo l'ultima rilevazione Istat, questa categoria (+16 mila a giugno), ha raggiunto i 3 milioni 105 mila toccando vette storiche.

Una fotografia che poco si discosta dal panorama aretino.

Gli ultimi dati completi disponibili (da tenere conto che Istat fornisce rilevazioni su base provinciale solo una volta all'anno) sono quelli del 2017 e sono stati elaborati dalla Camera di Commercio di Arezzo. Al 31 dicembre 2017 il 9,7% della popolazione aretina risultava disoccupata. Di questi il 20,3% sono under 35. Per quello che concerne il tasso di occupazione invece, Arezzo è la seconda provincia toscana per numero di impiegati. Con il 68,9% è seconda solo a Firenze (69,3%) e pari merito con Pisa (68,9%). Complessivamente il tasso occupazionale regionale nel 2017 ha segnato una percentuale pari al 66% (di questi il 72,3 sono uomini e il 59,9% donne). Nel primo trimestre 2018 la regione ha segnato un lieve incremento con una stima di 66,3% di occupati (72,6% uomini e 60,1% donne). Nel 2017 le imprese aretine hanno stipulato quasi 22mila nuovi contratti di lavoro sia alle dipendenze (tempo indeterminato, determinato, apprendistato) sia di collaborazione, in somministrazione e di altra tipologia.

L'80% degli accordi tra le parti prevede la forma alle dipendenze, di questi però solo il 18% è a tempo indeterminato. Il 20% delle assunzioni è con forme contrattuali non alle dipendenze, in particolare in somministrazione (14%).

Uno scenario destinato a modificarsi con l'applicazione del decreto dignità?

"In Italia - spiega il presidente Unioncamere Andrea Sereni - abbiamo un grosso problema: manca il lavoro. La crisi del mercato in questo contesto è figlia di molti fattori, tra cui la globalizzazione. Dalle analisi che sono state elaborate da Istat su base nazionale, ma anche in seguito ai nostri studi. Appare evidente come la percentuale dei contratti a tempo indeterminato siano sempre più risicati. Le ragioni? L'instabilità della congiuntura economica. Un'azienda media fa fatica a costruire e tenere fede ad un piano industriale senza doverlo modificare. E' per questa ragione che prima di potersi accollare un'assunzione a tempo indeterminato vengono utilizzate forme a termine. Non si tratta di una visione sconsiderata. Ma di possibilità. Gli imprenditori a capo di aziende serie, come lo sono quelle del nostro territorio, faticano sia a reperire manodopera qualificata che a formare adeguatamente il proprio personale. Molte volte però si trovano nella condizione di non riuscire ad assumere a tempo indeterminato a causa dell'instabilità della condizione globale. Il problema dunque è più profondo, non riguarda solo i dipendenti ma anche le imprese. E non sarà certo con il decreto dignità che gli imprenditori saranno messi nella condizione di abbandonare forme a tempo indeterminato. Non sarà obbligandoli a fare questa scelta che il tasso di disoccupazione diminuirà. Perché l'incertezza del mercato è un elemento troppo vincolante. Un passo in avanti invece - conclude Sereni - potrebbe essere la famosa normativa riguardante il "Made in Italy", un incentivo che potrebbe rappresentare un'ancora di salvezza e una tutela in più. Ma al momento siamo ben lontani dalla sua messa in opera".

E i lavoratori stagionali?

In questo senso significativa è l'analisi fornita dagli agricoltori, categoria che da sempre e per sua natura, si è avvalsa di contratti periodici e determinati.

L'appello al ritorno ai voucher viene lanciato dalla Coldiretti Toscana che sottolinea come con questo strumento: "circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove possono essere impiegati soltanto per le attività svolte da disoccupati, cassintegrati, pensionati e giovani studenti che non siano stati operai agricoli l’anno precedente. Nel 2016 sono stati 10.400.000, solo l’1,3% è stato impiegato in agricoltura dove sono nati e rappresentano un valido contributo all’emersione del lavoro sommerso impiegati esclusivamente in attività stagionali come la raccolta delle uve e delle olive”.

In effetti le province toscane dove sono stati venduti nel 2016 i 143.392 voucher destinati al settore sono quelle a forte vocazione vitivinicola ed olivicola: in testa Siena con 42.447 voucher, pari al 29%, seguita da Firenze con 30.089 voucher, pari al 20%, distaccata Arezzo con 18.555 voucher, che rappresentano il 12%.

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