I dipendenti ex Boninsegni condannati a pagare 10mila euro

"Perdere il lavoro fa male. Perderlo e rischiare di non riscuotere quanto dovuto è peggio. Ma dover anche pagare? La domanda se la pongono i dipendenti ex Boninsegni, storica concessionaria di Sansepolcro, Arezzo e Città di Castello". Attacca così...

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"Perdere il lavoro fa male. Perderlo e rischiare di non riscuotere quanto dovuto è peggio. Ma dover anche pagare? La domanda se la pongono i dipendenti ex Boninsegni, storica concessionaria di Sansepolcro, Arezzo e Città di Castello". Attacca così una nota della Cgil di Arezzo che ripercorre gli ultimi anni dell'azienda, prima dell'amaro epilogo per i dipendenti.

Al culmine dell’attività aveva quasi 90 addetti e al termine della crisi, iniziata alla fine del 2011, era scesa a poco più di 30. I dipendenti hanno dovuto pagare all’azienda e al suo legale 10mila euro per spese processuali. Altrettanti sono stati già richiesti. Ma i problemi non finiscono qui. Al centro c’è la differente valutazione del Tribunale di Arezzo e della Corte d’Appello di Firenze. I magistrati aretini si sono opposti alla richiesta del concordato ed hanno decretato il fallimento. Quelli fiorentini sono stati di parere opposto. E questo per ben due volte. Oggi siamo ancora in attesa che il Tribunale si esprima sul concordato che, al terzo tentativo, la Boninsegni Srl ha presentato lo scorso mese di settembre.

La testimonianza di Nicola Vigiani, Fiom Cgil

All’inizio questa della Boninsegni poteva sembrare una vertenza come tante – ricorda Vigiani -. Nel dicembre 2011 ci sono problemi con il pagamento delle tredicesime, l’anno successivo l’azienda chiude la sede di Arezzo e 23 addetti perdono il lavoro; quelli che restano lavorano alcuni mesi senza percepire lo stipendio; si ricorre in modo massiccio alla cassa integrazione e alla messa in mobilità. Nonostante questo, tra la fine del 2014 e gli inizi del 2015, ci sono i licenziamenti collettivi degli ultimi 34 lavoratori rimasti. Qui scattano gli ulteriori problemi. L’azienda non paga le spettanze di fine rapporto. Così i lavoratori si trovano obbligati a presentare istanza di fallimento: è una possibilità garantita dalla legge che viene esercitata dai dipendenti quale unico e ultimo strumento per avere quanto loro dovuto".

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A quel punto - conclude la Cgil - l’azienda presenta domanda di concordato. Avrebbe potuto bloccare la procedura di fallimento ma viene presentata in ritardo. Sembra di due giorni. Poco ma tanto basta: il Tribunale di Arezzo decreta il fallimento. La Boninsegni fa ricorso in appello e a Firenze ottiene ragione. Le carte tornano ad Arezzo ma la valutazione, per la seconda volta, è la stessa: fallimento. La Boninsegni presenta un nuovo ricorso e la decisione della Corte d’Appello di nuovo annulla il fallimento. Questa volta però, lascia uno strascico velenoso per i lavoratori: vengono condannati al pagamento delle spese processuali assieme al “Fallimento della Boninsegni Srl”. “Circa 10mila euro. Complessivamente e in solido – specifica Vigiani. Lo sottolineo perché la richiesta viene inviata, per il principio definito di "solidarietà", a un solo lavoratore che, guarda caso, è anche il delegato sindacale. E anche il termine “complessivamente” diventa oggetto d’interpretazione da parte del legale della Boninsegni. Infatti, dopo il pagamento della somma richiesta, ha successivamente chiesto un secondo pagamento di quasi altrettanta entità. Tutti i lavoratori , confermando l’unità e la stima reciproca che ancora li lega, sono stati solidali con il delegato ed hanno quindi diviso tra loro il primo pagamento, ma sul secondo faranno opposizione nei modi e nelle sedi dovute".

Mugnai (Cgil Arezzo): "Rispettiamo la magistratura, ma così si mettono in ginocchio famiglie che hanno già perso il lavoro"

E in questo avranno il pieno sostegno della Cgil – annuncia il segretario provinciale Alessandro Mugnai. Noi, ovviamente, rispettiamo le decisioni e l’autonomia della magistratura. Non possiamo, però, non sottolineare come le diverse interpretazioni di due giurisdizioni stiano creando ulteriori problemi economici a persone che hanno perduto il lavoro, che stanno faticando a ottenere quanto loro dovuto e che ora, quasi per ironia della sorte, sono state costrette anche a pagare. Per di più in una storia senza fine che a quasi tre anni dal suo inizio non ha trovato ancora la sua conclusione. I magistrati fanno il loro dovere e applicano la legge ma forse è utile cambiare norme che creano situazioni paradossali come questa.

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