E se poi ci dovessero restituire Banca Etruria?

Dopo che per mesi e mesi nessuno ha voluto prestare ascolto ai nostri dubbi sulla “risoluzione” che ha travolto la vecchia banca Etruria una parte della verità si sta facendo faticosamente strada, confermando le nostre perplessità. Verità che...

Banca-Etruria-Sede

Dopo che per mesi e mesi nessuno ha voluto prestare ascolto ai nostri dubbi sulla “risoluzione” che ha travolto la vecchia banca Etruria una parte della verità si sta facendo faticosamente strada, confermando le nostre perplessità. Verità che arriva per un percorso imprevisto, ed imprevedibile, ovvero con un libro scritto dal direttore generale di Banca d’Italia.

In poche parole questo libro conferma quello che diciamo sin dal primo giorno, ovvero che i crediti in sofferenza di Banca Etruria, e delle altre tre banche, sono stati valutati poco, molto poco. Anzi, per usare le parole testuali contenute nel libro, il valore, o prezzo che dir si voglia, fu “irragionevolmente basso”.

Quindi finalmente c’è una evidenza che viene da una persona che, per il ruolo che ricopre e che ricopriva al momento del patatrac, dovrebbe ben sapere come sono andate le cose. Sempre che poi certe valutazioni siano state soltanto irragionevoli visto che ballano cifre colossali. Non ci dimentichiamo che soltanto sui crediti in sofferenza delle quattro banche, Banca Etruria compresa, ogni punto percentuale, ogni apparentemente modestissimo 1%, di maggiore o minore valutazione, sposta 85.000.000 di euro, cioè 160 miliardi di lire.

Sempre nello stesso libro è precisato che tali valutazioni, per quanto irragionevolmente basse, furono fatte dalla Commissione europea, meglio ancora da ignoti funzionari della stessa, sulla base di un precedente sloveno. Qui il tema si fa sdrucciolevole perché, come è noto, si è invece parlato sin dai primi momenti di un precedente tutto italiano, addirittura della stessa vecchia Banca Etruria che seppur in commissariamento avrebbe venduto pochi giorni prima della “risoluzione” un pizzico di crediti in sofferenza. Comunque se il precedente è stato sloveno, o italiano e magari anche costruito ad hoc, lo accerterà chi di dovere. Abbastanza singolare, data la fonte, potrebbe apparire la descrizione che viene tracciata dove tanto Banca d’Italia quanto il Governo vengono sostanzialmente dipinti come impotenti nei confronti di scelte imposte dalla Commissione europea.

E quindi, si sottintenderebbe, privi di responsabilità. Ma anche qui non c’è niente di nuovo. Infatti se la memoria non ci tradisce anche all’inizio di questa triste vicenda ci fu uno scambio di accuse reciproche tra il Governo italiano e la Commissione europea. Insomma il solito scarica barile a colpi di veline giornalistiche che all’epoca si concluse quando la Commissione europea evidenziò che l’Italia poteva assumere scelte diverse dalla “risoluzione”. Ma non è questo il punto che ci interessa, almeno in questo momento. Ben più importante è l’evidenza che le nostre perplessità anche sulla scelta di poter legittimamente considerare la banca insolvente, sono sempre più fondate.

E per evitare di giocare con le parole è bene ricordare che il Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli illustra la voce irragionevole come “contrario alle più elementari esigenze di misura, convenienza, verosimiglianza suggerite dalla ragione”. Insomma roba che non vale niente. E allora, come è stato possibile procedere all’esproprio di una banca, anzi di quattro banche, ai propri legittimi proprietari, cioè agli azionisti, anche, e forse soprattutto, sulla base di valutazioni prive di valore (“irragionevolmente basso”)? Ma non basta, è noto che i crediti in sofferenza delle quattro banche vennero tolti dal patrimonio delle banche e conferiti, cioè spostati, in un’altra società.

Se le notizie di stampa sono vere sembra che i crediti in sofferenza verrebbero ora venduti beneficiando anche di una garanzia pubblica. Quindi, per ricapitolare, i nostri crediti prima furono valutati ad un prezzo “irragionevolmente basso” facendone pagare il conto ai risparmiatori obbligazionisti subordinati ed agli azionisti che subirono anche l’esproprio della banca, poi furono spostati, e non si è mai capito il perché, in un’altra società, ed ora verrebbero venduti, migliorandone l’appetibilità per l’acquirente e quindi il profitto per il venditore, anche con una garanzia pubblica.

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Troppa Grazia Sant’Antonio, dicevano le nonne. Insomma, e per concludere, non è possibile che perduri la coltre di silenzio che ha accompagnato la “risoluzione” di Banca Etruria e delle sue compagne di sventura. Come non è possibile che palesi violazioni dei diritti costituzionalmente garantiti dei cittadini, anche se apparentemente perpetrate per via burocratica sovranazionale, passino inosservate. L’incapacità del governo dell’epoca di difendere gli interessi nazionali, per quanto nota, non è una giustificazione ma è un’aggravante. Ed anche la triste evidenza che troppo spesso legalità e giustizia in Italia fanno a pugni tra di loro non giustifica nulla. Quindi noi ci auguriamo, un’altra volta, che chi di dovere proceda ad un approfondito riesame di tutti i passaggi che il 22 novembre 2015, e dintorni, hanno portato al patatrac della nostra banca. Va da sé che se non ricorrevano i presupposti minimi per la risoluzione, cioè tanto per parlarsi chiari se non c’era l’insolvenza che non può evidentemente essere creata a tavolino con criteri “irragionevoli”, la banca dovrà essere restituita ai suoi legittimi proprietari. Cioè agli azionisti. E senza cincischiare.

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