"Coronavirus come un infortunio sul lavoro", imprenditori sul piede di guerra. Marcia indietro di Inail

Da Confindustria a Confcommercio, alzata di scudi contro l'articolo 42 del decreto Cura Italia: "Le aziende si adeguano, ma gli imprenditori come fanno a sapere cosa accade fuori dall'orario di lavoro?". Solo nella serata di ieri il passo indietro di Inail

Contrarre il Covid 19 per i dipendenti delle aziende è equiparabile ad un infortunio sul lavoro. E per il datore si prospettano tutte le conseguenze civili e penali fino, in caso di decesso, all'ipotesi di reato di omicidio colposo. E' quanto previsto dall'articolo 42 decreto Cura Italia. Una norma che ha lasciato a dir poco perplessi gli imprenditori e la cui ambiguità è stata sottolineata nei giorni scorsi anche dal Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro. Tanto che ieri sera Inail ha corretto il tiro e con una nota ha chiarito che : "il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale, solo se viene accertata la propria responsabilità per dolo o per colpa".

I timori degli imprenditori aretini

L'articolo di fatto introduce l’equiparazione tra infortunio sul lavoro e contagio da Covid-19, prevedendo anche per questo una copertura assicurativa Inail. Se il lavoratore si ammala, per il titolare si possono profilare scenari però scenari diversi e preoccupanti: può essere infatti ipotizzato il reato di lesioni colpose ai sensi dell’art. 590 del Codice penale o di omicidio colposo ai sensi dell’art. 589 c. p., nel caso di decesso. Solo ieri sera è stato chiarito che dovrà essere accertato il dolo o la colpa del datore di lavoro. Ma i dubbi restano davvero tanti per gli imprenditori aretini. 

"La possibilità che il contagio non sia gestito come una malattia  ma come un infortunio sta creando preoccupazione fra gli imprenditori – spiega Alessandro Tarquini, responsabile della delegazione di Arezzo di Confindustria Toscana Sud -,  la responsabilità di un eventuale contagio all’interno dell’ambiente di lavoro non può essere addebitata automaticamente al datore specie quando quest’ultimo ha applicato, in modo serio e corretto, i protocolli di sicurezza".

Una questione intricata, che lascia interdetti molti imprenditori. Nei giorni scorsi proprio Confindustria ha promosso un partecipatissimo focus su questo argomento, al quale hanno partecipato anche legali e tecnici, per spiegare cosa comporta l'articolo 42: "Quello che intimorisce i nostri associati - spiega Tarquini - è il fatto che non possono sapere cosa accade fuori dall'azienda. Gli imprenditori si sono messi in regola: ho visitato molte fabbriche e devo dire che si sono adeguate tutte alle nuove disposizioni in modo scrupoloso. Ma nessun imprenditore può controllare cosa succede al di là dell'orario di lavoro. E questo aspetto crea grande incertezza". 

Di proposte in questi giorni ne sono state avanzate molte: dall'abolizione dell'articolo 42 alla verifica da parte degli organi preposti della presenza di dispositivi di sicurezza e della realizzazione di tutti quegli accorgimenti che rendano salubre il luogo di lavoro, escludendo quindi possibili contagi. 

"Sono scenari nuovi - prosegue Tarquini - e dobbiamo capire come affrontarli. Certo un'idea potrebbe essere quella di eseguire una verifica sui luoghi di lavoro, in seguito alla quale, se tutti gli adempimenti anti contagio sono stati presi, si possa sollevare l'imprenditore da questa nuova responabilità". 

Confartigianato: "Il datore non può essere capro espiatorio"

Alzata di scudi dei commercianti

Nei giorni scorsi c'è stata un'alzata di scudi anche da parte della Confcommercio, con il direttore Franco Marinoni: “i datori di lavoro non possono essere trattati come untori. Se un lavoratore si ammala per il Coronavirus non può essere imputato loro come colpa”.

E poi sottolinea l'aspetto economico di questa vicenda: "Da non dimenticare – prosegue – che anche in questo caso i costi e gli oneri della sicurezza ricadono sugli imprenditori e solo parzialmente, e non sempre, gli vengono rimborsati dallo Stato. Siamo di fronte ad una vera assurdità legislativa, che va al più presto corretta".

E c'è chi chiede l'abolizione dell'articolo 42

Con la stessa enfansi, in un articolato post sul suo profilo Facebook, è intervenuto Francesco Macrì, presidente di Estra che rimarca la difficoltà da parte degli imprenditori di poter controllare quanto accade fuori dall'azienda: "Se l’impresa rispetta tutte le regole per la prevenzione e tutte le misure indicate nelle varie normative emanate in queste settimane, non può essere ritenuta penalmente e civilmente responsabile dell’eventuale contagio di un dipendente. Per assurdo potrebbe lavorare anche in Smart Working. E’ evidente, per i modi in cui si diffonde il contagio e per le incomplete conoscenze sullo stesso Covid scaricare le responsabilità sui datori di lavoro, così come prevede l’articolo 42 del “Cura Italia”, è non solo sbagliato ma anche pericoloso perché potrebbe provocare un rallentamento della ripresa produttiva del Paese e indurre molte aziende a prolungare l’utilizzo degli ammortizzatori sociali.

E poi senza mezzi termini chiede che l’articolo 42 "venga soppresso o modificato al più presto in quanto dannoso e pericoloso per la ripresa del Paese".

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