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Archivio di Stato, attesa per le decisioni sui rinvii a giudizio

Il giudice Claudio Lara, non ha inserito il Ministero dei beni culturali e quello degli Interni (oltre a tre aziende private) tra i responsabili civili del procedimento

La decisione del giudice è attesa per oggi. Si dovrebbe infatti concludere nella giornata odierna l'udienza preliminare che vede imputate 13 persone per la morte dei due dipendenti dell'Archivio di Stato Filippo Bagni e Piero Bruni. 

Nell'ultima udienza del procedimento - nella quale hanno parlato i difensori dei dirigenti Claudio Saviotti e Antonella D'Agostino - , il giudice Claudio Lara, non ha inserito il Ministero dei beni culturali e quello degli Interni (oltre a tre aziende private) tra i responsabili civili. In sede di causa civile, però, potrebbero essere tutti soggetti a richiesta danni dalle parti lese. 

Tra gli imputati, 13 in tutto, nessuno ha chiesto il rito abbreviato. Nell'ultima udienza i legali del direttore dell'Archivio,della persona che lo ha preceduto - rappresentati da Roberto e Simone De Fraja - che hanno presentato una memoria nella quale si sostiene che alcune specifiche responsabilità debbano essere addebitate direttamente al Ministero. Secondo i difensori, infatti, i dirigenti non avevano autonomia di spesa e dovevano rendere conto al ministero: questo farebbe venire meno la condizione di "datori di lavoro" e quindi alcune importanti responsabilità. Mentre per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro, sarebbe stato lo stesso Mibac ad affidare all'Igeam di Roma i compiti tra i quali anche i corsi di formazione. 

La tragedia e la ricostruzione degli inquirenti

Filippo Bagni e Piero Bruni morirono il 20 settembre del 2018 intossicati dal gas argon fuoriuscito dall'impianto antincendio,  in seguito ad una una serie concatenata di eventi legati al malfunzionamento dello stesso impianto. I due impiegati erano da poco entrati al lavoro quando si accorsero che la spia dell'impianto si era accesa e sentirono il rumore tipico di una fuoriuscita di gas. Corsero nel seminterrato e aprirono la porta dello stanzino dove si trovava l'impianto. L'area era però satura di gas (argon e anidride carbonica) e rimasero così senza ossigeno. Nulla, stando a quanto ricostruito durante le indagini, li avrebbe messi in allerta sul pericolo: nessuna spia che indicasse una presenza minima di ossigeno era stata installata. Allo stesso tempo una valvola montata al contrario - sostengono i periti - "non era collegata a nessuna tubatura che convogliasse all'esterno del locale di stoccaggio bombole" il temibile gas, portando alla saturazione.

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