Cronaca

Arezzo, 4 racconti dall'inferno: "La grappa nel biberon, a 14 anni ero alcolizzato"

Viaggio nel tunnel della dipendenza da alcol e droghe, attraverso la testimonianza di quattro persone che stanno affrontando un percorso di recupero grazie al Serd e all'associazione Narcotici anonimi di Arezzo. Le storie di Benedetta, Alessandro, Mario e Giuseppe

Marco Becattini del Serd (Foto Asl Toscana Sud Est)

Storie dure, dolorose. Fatte di solitudini e dipendenza. Ma che accendono anche una speranza, perché una via d'uscita c'è sempre, anche quando pare di aver imboccato un vicolo cieco. Le raccontano Benedetta, Alessandro, Mario e Giuseppe. Sono le testimonianze raccolte dalla Asl Toscana Sud Est, a proposito del Serd, il servizio per le dipendenze patologiche. Da poco, ad Arezzo, è nato un gruppo, quello dei Narcotici anonimi (Na) che aderisce a un'associazione internazionale (www.na-italia.org) per la lotta alle dipendenze.

I racconti

"A 16 anni - dice Benedetta - ho cominciato ad assumere sostanze. Avevo problemi di anoressia e bulimia. La droga mi aiutava a dimagrire e quando mi sono accorta della dipendenza, era ormai troppo tardi. Due anni dopo sono andata via di casa e poi sono entrata in comunità. Fino a 25 anni entravo e uscivo. Poi è successo qualcosa, un fatto grave, che mi ha aperto gli occhi e fino a 30 anni sono rimasta pulita. Poi ho ripreso. Saltuariamente, soprattutto nei fine settimana. Ho vissuto in questo modo 20 anni, da quando ne avevo 18 fino a 38: è stato sbagliato. Adesso sono sola, non ho un’amica, non ho mai avuto un fidanzato normale".

Gli fa eco Alessandro. "Ho iniziato a 15 anni, prima le droghe leggere e poi di tutto. Con gli amici, fuori di casa, girando in motorino. Ho fatto diversi tentativi di smettere ma non sono mai andato in comunità: sono stato sempre convinto che chiudermi non mi sarebbe servito. La ripresa della dipendenza dipende molto dal giro di compagnie nel quale sei o nel quale rientri. E’ una sfida che alla fine rischi di perdere: basta una sera nella quale sei più debole di altre".

C'è poi il racconto di Mario. "Sono figlio di un muratore che era riuscito a crearsi una sua impresa. Il vino era in casa e io ero un ragazzo curioso. Cominciai a provare i primi effetti e a 12 anni aggiunsi le birre fuori casa con gli amici. Fino a 17 anni questa rimase una cosa limitata. Avevo provato anche lo spinello ma vivevo in un piccolo paese e la roba non si trovava. Tutto cambiò quando andai a fare il militare.  L'hashish si trovava e poco prima del congedo cominciai anche con la cocaina. Sono andato avanti così per una decina d’anni e a 36 anni c’è stato il tracollo economico. Ho chiuso la mia piccola ditta e ho venduto la casa".

E infine Giuseppe. "Mia madre era alcolista ma io l’ho scoperto quando ero grande. L’abitudine di famiglia era di mettere un goccino di grappa nel biberon. La tendenza ad evadere l’ho sviluppata molto presto. Dopo molti anni, ho ritrovato una cartolina che avevo scritto quando facevo le elementari: era piena di sensi di colpa. La prima sbornia l’ho presa presto. Alla fine di una festa di Capodanno, ho sparecchiato e mi sono scolato tutti i bicchieri che erano rimasti sui tavoli. A 14 anni già bevevo. Non solo per tradizione di famiglia ma anche per la vita che facevo".

Serd e Na

Le 4 storie hanno come denominatore comune quello della dipendenza da alcol e da droghe. E soprattutto una scelta fatta dopo l'inferno: "rimanere puliti". Qualcuno lo è da un paio di mesi, qualcuno da 25 anni. C'è chi percorre la strada del Serd, chi i Narcotici anonimi, un'associazione senza fini di lucro, composta da uomini e donne per le quali le droghe erano divenute il problema principale. Dipendenti che recuperano e si incontrano regolarmente per aiutarsi l’un l’altro a rimanere puliti. Adottano un programma di completa astinenza da tutte le droghe. Vi è un solo requisito per divenire membri: il desiderio di smettere di usare stupefacenti.

Marco Becattini è responsabile del Serd Arezzo e del coordinamento delle reti dell'area dipartimentale delle dipendenze Asl Toscana Sud Est: "Il rapporto con Na si è rafforzato negli ultimi anni, senza convenzioni o oneri. Alcuni di loro sono nostri pazienti e danno il contributo più bello: hanno vissuto il problema e si sentono una risorsa per gli altri. Sono capaci di essere astinenti e portatori di speranza".

La svolta

La Asl racconta anche l'evoluzione delle storie personali dei quattro che hanno voluto condividere l'esperienza di questo travagliato ma fondamentale percorso. "Ebbi una storia con una ragazza - racconta Mario - e andò male. Questo aumentò i miei problemi. Un’altra ragazza mi propose l’ecstasy. Un amico di nuovo la cocaina. Il mio giro era ormai quello. E dai 25 anni di roba ne assumevo tanta e spesso. E la roba costava. Lavoravo ma i soldi non bastavano e allora cominciai a rallentare durante il fine settimana ma ho difficoltà a ricordare un sabato e una domenica da lucido". Mario chiude la sua piccola impresa perché i soldi vanno agli spacciatori: " Fortunatamente c’è stata mia sorella che mi ha aiutato. Sono andato avanti con piccoli lavori, saltuari e mal pagati. Ho continuato a fare il muratore, l’unico lavoro che sapevo fare. A 46 anni ho avuto due incidenti stradali a poca distanza l’uno dall’altro, nel 2015 e nel 2016. I carabinieri mi hanno fatto le analisi dopo il secondo e sono risultato positivo a cannabinoidi, cocaina e alcol. Mi hanno tolto la patente e sono andato in comunità".

C'è poi il racconto di Giuseppe: "La mia sostanza di elezione è sempre stata l’alcol. Anche all’Università. Se c’era un fiasco di vino sul tavolo, io dovevo vederne il fondo. A 27 anni ho iniziato con hashish e cannabis: alcol e fumo è un mix che apprezzavo. Poi ho conosciuto la droga. E ho tentato il suicidio con un mix di cognac e medicine. Sono rimasto in coma tre giorni. Dinanzi alla cocaina, ho fatto un balzo indietro: ho visto amici che ci stavano lasciando le penne. Sono stato sposato più volte ed ho avuto 3 figli da donne diverse. Nel 1991 ha avuto un incidente stradale del quale non ricordo nulla ma che mi ha fatto scattare qualcosa. La moglie di allora mi disse chiaramente: o fai qualcosa o tra noi è finita".

Anche Alessandro spiega il suo punto di rottura: "La motivazione per smettere è tutta interna: la dipendenza è un tappo che blocca tutti i sentimenti. Gli effetti collaterali portano alla rovina della vita: ho visto troppi amici finire al cimitero".

Benedetta aggiunge: "Smettevo quando fisicamente non ce la facevo più. Adesso ho 38 anni e quando ne avevo 20 ero in grado di reagire meglio. Quando sei pulita, ti viene il pensiero che ti puoi permettere di farti una volta ogni tanto. La droga ti manovra".

"Inizio e fine non sono nitidi - afferma Becattini -. In realtà c'è una linea d'ombra nella quale diminuisce il ruolo delle sostanze a fronte dell'emergere di altri elementi: il dolore, la paura, il contatto con persone capaci di motivare, il carcere, il lavoro, ...".

Chi smette, traccia un bilancio. Come Benedetta: "20 anni di vita perduta, di sensi di colpa, di rimpianti per una famiglia e per figli che non ho avuto. L'errore più grande? Avrei potuto vivere meglio". Giuseppe: "Cosa mi dispiace aver perduto? I rimpianti e i sensi di colpa non servono a nulla. Quello che si è fatto, è il frutto della nostra malattia e non ci voglio nemmeno pensare a quello che mi sono perduto". Ma smettere una volta, purtroppo, non vuol dire farlo per sempre. "Sul comodino - ricorda Becattini - c'è tutto quello che serve per iniziare di nuovo e il dipendente deve avere sempre in tasca l'accesso alle sostanze. Le odia ma non può farne a meno. Per smettere servono servizi, comunità, gruppi di supporto. Serve recuperare pezzi di vita". Il Serd? "Il nostro lavoro è restituire a queste persone un sé reale. E legale. Un paziente mi ha detto, una volta, che la terapia è meglio della 'pera'".
Il Covid non ha aiutato. Mario: "Soprattutto il lock down mi ha costretto a rimanere solo e chiuso in casa. Ho ripreso un po' a bere. E anche a cercare sostanze che, però, in quella situazione fortunatamente non ho trovato". Alessandro: "Il Covid? Sono pulito da 2 anni ma il lockdown mi ha chiuso in casa. Stavo riaprendomi alla vita e la vita si è chiusa per me".

La ricaduta si lega ad una parola che cita Becattini: noia. "Il calo emotivo è un elemento determinante". Benedetta però guarda al futuro: "Non voglio perdere il lavoro, la fiducia dei familiari, non voglio più stare male. Ho sempre smesso da sola e poi non ce l’ho fatta: chi pensa di smettere da solo, non ce la può fare". Come Mario: "Ho trovato un lavoro nel settore dell’igiene urbana ma non guadagno molto e così ne faccio un altro. Mi hanno pignorato il quinto dello stipendio. Ho pochi soldi, vivo solo, ho poco tempo libero e anche in considerazione dell’età, il lavoro comincia a pesarmi. Ogni tanto bevo un po' di vino e un po' di birra. Non mi posso permettere né obiettivi né traguardi: vado avanti cercando di restare pulito. Adesso ho 51 anni e sono consapevole che il mio futuro non è bello". E poi Giuseppe: "Non voglio più vedere gli occhi spaventati dei miei figli di fronte alla condizione in cui tornavo la sera a casa. Adesso sono in pensione e il mio futuro viaggia abbastanza alla giornata. Faccio comunque programmi: a 70 anni ho ripreso in mano il sassofono e studio di nuovo".

Intanto nelle riunioni dei Narcotici Anonimi rimane accesa una candela: “Rappresenta la speranza che non deve mai spegnersi – ricorda Domenico. Noi siamo portatori di un messaggio di speranza ai nuovi venuti. Tra noi non ci sono giudizi e valutazioni. Ognuno è se stesso e porta la sua vita e la sua storia nel gruppo. La nostra esperienza condivisa ci conferma che un dipendente è responsabile non della sua malattia ma del suo recupero. E che è possibile farcela. Siamo qui per dimostrare che si può vivere non solo bene ma anche felici”.

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