Sentenza epocale: coltivare cannabis in casa non è reato. I recenti casi aretini

"Non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica", dice la Cassazione. Cosa potrebbe cambiare per alcuni casi emersi di recente nell'Aretino

Una sentenza storica sulla cannabis: la Cassazione ha stabilito che non è più reato coltivarne minime quantità in casa. Insomma, l'autoproduzione non è illegale in quanto "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica". Perché, argomentano le sezioni unite, "per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".

Una sentenza epocale e, aspettando le motivazioni, chissà che non incida sull'iter giudiziario di casi analoghi a quello trattato nello specifico.

I casi recenti ad Arezzo

Ci sono casi di cronaca recenti di piantagioni casalinghe di marijuana nell'Aretino: su tutti quello dell'arresto di un 42enne per la coltivazione di Ripa dell'Olmo, le cui infiorescenze erano destinate a Walter De Benedetto, colpito da una grave malattia e che usa cannabis per lenire il dolore. Ma di coltivatori casalinghi di marijuana - scoperti - ce ne sono stati numerosi in provincia nel corso dell'anno. Un caso, piuttosto clamoroso, si è verificato a ottobre a San Zeno. A giugno, inoltre, una coltivazione è stata trovata dai carabinieri a Cavriglia, mentre a settembre un'altra è stata scoperta a Levane, accanto ad alcune piantine di pomodoro.  

Cannabis, coltivare in casa non è più reato

In sostanza - spiega Today a proposito della sentenza - chi coltiva per sé non compie più reato. Viene sostenuta così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo assuntore di marijuana che decide di coltivarsi per sé qualche piantina. I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi, venduti anche on line su siti specializzati di internet, ma si incorreva in rischi da un punto di vista legale, finora a livello giuridico non c'era mai stata un'apertura vera in questa direzione.

Cannabis, cosa dice la sentenza

La sentenza della Cassazione - continua Today - attribuisce la possibilità di utilizzare la sostanza prodotta in casa soltanto alla persona che si è materialmente dedicata alla cura delle piante, non estendendo la destinazione agli altri componenti del nucleo familiare o il consumo con altre persone. Un altro particolare riguarda le modalità di coltivazione: dovranno essere utilizzate soltanto tecniche rudimentali, quindi vasi e innaffiatoi e non impianti di irrigazione, che potrebbero far sorgere il sospetto che la destinazione della sostanza sia lo spaccio. Aggrava la situazione anche l'eventuale presenza di un bilancino di precisione, solitamente utilizzato per confezionare le dosi da vendere.

Il testo delle Sezioni Unite della Cassazione non fa invece riferimento alla quantità di principio attivo (Thc) che può essere contenuto nella pianta. Per le norme attuali viene considerata cannabis “legale” o light quella con un livello di Thc inferiore allo 0,6%, con quella illegale che può raggiungere anche il 10% (e più), ma per i giudici chi coltiva in casa per uso personale non è perseguibile, a prescindere dal livello di Thc.

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Cannabis, il principio di diritto

Ecco il principio di diritto con il quale è stato risolto il contrasto giurisprudenziale: “Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all'ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore".

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