"Sei del Senegal, niente casa in affitto": 22 anni, un lavoro a tempo indeterminato e non trova un tetto. Il racconto del datore di lavoro

Amir - nome di fantasia - viene dal Senegal. Ad Arezzo è arrivato dopo aver attraversato il mare con un barcone, essere approdato nelle coste italiane e poi essere stato destinato dal sistema di accoglienza del nostro Paese alla nostra città...

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Amir - nome di fantasia - viene dal Senegal. Ad Arezzo è arrivato dopo aver attraversato il mare con un barcone, essere approdato nelle coste italiane e poi essere stato destinato dal sistema di accoglienza del nostro Paese alla nostra città. Pensava di trovare una vita nuova e di mettere qui radici. Ma una casa per Amir non c'è: nonostante abbia un lavoro con regolare contratto di apprendistato a tempo indeterminato, un datore di lavoro disposto a metterci la faccia e un cugino giovanissimo che - stando a quanto raccontato dal datore di lavoro - parla varie lingue ed è pronto a condividere le spese di affitto dato che ha già un lavoro.

E' una storia che ci porta indietro nel tempo di almeno 60 anni, quella di Amir. Che ci fa tornare all'Italia del boom economico, quando i migranti interni dal sud raggiungevano Torino o Milano e non trovavano nessuno che volesse affittar loro un appartamento. Questa storia però non è ambientata in Piemonte, Veneto o Lombardia, ma alla periferia di Arezzo. Il migrante questa volta viene da un Sud più profondo e la sua pelle è decisamente nera.

"E' una vicenda che lascia l'amaro in bocca - racconta l'imprenditore 40enne per il quale il giovane senegalese lavora - perché avevamo anche trovato un alloggio. Con i documenti pronti siamo arrivati al giorno della firma ma i proprietari si sono tirati indietro: pare che gli altri inquilini non gradissero la presenza di due ragazzi del Senegal. E allora noi continuiamo a cercare".

Il ragazzo, classe 1996, è arrivato 3 anni fa e da un anno lavora per l'azienda metalmeccanica. "Non abbiamo mai avuto problemi con lui - spiega uno dei titolari - così, quando è arrivato il momento, abbiamo deciso di assumerlo a tempo indeterminato. A quel punto è riuscito ad avere tutti i documenti per rimanere regolarmente nel nostro paese, ma contemporaneamente gli hanno comunicato che doveva lasciare la struttura che accoglie i migranti per trovarsi una casa. Solo che aveva poco tempo a disposizione. Noi ci siamo adoperati per aiutarlo. Abbiamo cercato una casa nei dintorni affinché, non avendo mezzi per spostarsi, potesse raggiungere l'officina a piedi. Ma niente. Saltato il primo contratto, per il quale avevamo tutti i documenti pronti, abbiamo contattato varie agenzie. Io chiamo, chiedo se ci sono appartamenti nella zona nord della città, servita dagli autobus di linea, e mi rispondono che ci sono appartamenti disponibili. Ma appena spiego che non sono io la persona che ci andrà ad abitare ma due ragazzi del Senegal, tutti si tirano indietro".

Mentre il datore di lavoro continua a chiamare le agenzie, Amir continua a lavorare in officina: un'attività che sa fare e che svolgeva anche nell'impresa di famiglia, in Senegal. "Poi è successo qualcosa di terribile", spiega l'imprenditore. "Ci ha raccontato che un giorno, mentre stavano lavorando, sono entrate delle persone con un mitra e hanno ucciso tutti. Lui è l'unico rimasto in vita. Ha avuto paura, le persone più care non c'erano più. E allora ha messo insieme 1.600 euro ed è partito".

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Oggi tutto quello che è rimasto a questo 22enne è chiuso in una valigia azzurra. L'ha portata in officina, aspettando di trovare un luogo dove vivere. Da circa venti giorni viene ospitato a turno da alcuni amici. "Ha un lavoro, ma non ha una casa - dice l'imprenditore - e adesso si sta pentendo del viaggio che ha fatto. Perché non si può vivere così: lavorare e non sapere se la notte ci sarà un letto per riposare".

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