Ospedali da campo Covid e dipendenti comunali per funzioni sanitarie? D'Urso risponde a Ghinelli

Lunga dichiarazione del direttore generale della Asl Toscana Sud Est al sindaco di Arezzo. Prima di tutto non è il caso di trattare i malati di Covid in un ospedale da campo e poi i dubbi sull'utilizzo dei 40 dipendenti comunali per funzioni sanitarie di tracciamento dei dati

Ospedali da campo e recupero di vecchi presidi per accogliere i malati contagiati da coronavirus? Questa era la proposta del sindaco di Arezzo Alessandro Ghinelli e portatat avanti dal vicesindaco con delega alla sanità Lucia Tanti. Un progetto che però non piace alla Asl Toscana Sud Est che ha detto che non lo metterà in pratica, perché non sarebbe il caso di creare tende o capannoni con file di letti, sarebbe una soluzione molto semplicistica. Altre domande D'Urso le pone circa le 40 persone che si sono rese disponibili pe ril tracciamento dei dati dei contatti diretti dove vengono impiegate comunque figure sanitarie e non amministrative.

La lunga riposta del direttore generale pone attenzione al rispetto dei ruoli, quello sanitario e quello politico.

"L'Asl Toscana Tse ritiene che la battaglia contro il Covid sia di tutti. Fondamentale è la collaborazione e una visione condivisa: le recenti decisioni prese con i sindaci su ospedali e cure intermedie ne sono un esempio. Condizione perché la battaglia sia vinta, è che ognuno faccia la sua parte. La sua e fino in fondo. Non quella degli altri in sostituzione della propria. La medicina è una scienza complessa. La politica è un'arte difficile. Quando la seconda invade il terreno della prima si possono vedere uomini di Stato, come lo scorso aprile, suggerire candeggina e ultravioletti come cura per il Covid." Il riferimento è all'ultimo presidente degli Stati Uniti Donald Trump che probabilmente pagherà con la sconfitta alle elezioni proprio atteggiamenti di questo tipo.

Centrale di tracciamento

"Il sindaco Ghinelli ha annunciato che 40 dipendenti comunali sono disponibili a lavorare nella centrale di tracciamento. In primo luogo vorrei ringraziare questi 40 cittadini. Senza retorica. Penso che la loro disponibilità sia un segno di solidarietà e di senso civico. Li ringrazio davvero ma vorrei che, almeno loro, fossero consapevoli del lavoro che sarebbero chiamati ad assolvere.
Il professionista sanitario della centrale chiama il cittadino risultato positivo. Gli chiede le sue condizioni cliniche e il suo stato di salute. Domande finalizzate a comprendere la sintomatologia e quindi la gravita della  situazione. Tosse, affanno, febbre, altri sintomi. In questo momento il cittadino acquisisce il ruolo di paziente e come tale deve essere trattato. Talvolta la persona non è ancora perfettamente consapevole delle sue condizioni e, come è stato evidenziato all'inizio di questa attività, deve essere anche gestito lo stato d'ansia e di paura che genera la condizione di positivo Covid.

Ci sono poi le domande sul contesto familiare e abitativo: quante persone, quante stanze, quanti bagni. Sono tutte finalizzate all'adozione delle misure di prevenzione. E queste non possono essere standard perché ogni caso è una situazione particolare. Il professionista sanitario del tracciamento ha bisogno di competenze che non possono essere improvvisate.

Si passa infine al tracciamento dei contatti: cosa ha fatto nei giorni precedenti, chi ha incontrato e in quali condizioni. Non si tratta di fare un elenco nominativo ma di approfondire, per ogni contatto, come questo si è svolto. Dove, per quanto tempo, in quali condizioni, con quali protezioni. Può essere considerato un contatto stretto oppure no?

A questa complessa attività, l'Asl Tse non ha destinato figure amministrative ma solo professionisti sanitari: medici, infermieri, tecnici della prevenzione e assistenti sanitari. Sono coordinati da due dirigenti medici: il direttore del centro di tracciamento con la supervisione della direttrice delle professioni tecnico sanitarie della Asl Tse. Ci sono poi 2 coordinatori dei gruppi e 7 tutor. Tutti, senza eccezione alcuna, professionisti sanitari. La prima domanda: nel pieno rispetto dell'elevata qualità professionale dei dipendenti comunali, questa può essere un'attività svolta da chi sanitario non è? La seconda domanda: un paziente Covid preferisce affidarsi ad un dipendente comunale o ad un professionista sanitario? Ad un architetto o a un medico?
Non dimentichiamo che stiamo parlando della salute e della vita delle persone. E le risposte da dare sono sempre molte. Ci sono anche quelle sociali con cittadini che chiedono anche a noi supporto per esigenze sociali, con moltissime segnalazioni di persone disorientate che non sanno come fare per la spesa e i rifiuti."

L'ospedale da campo

"Confermo che questa proposta si basa su una lettura inesatta della situazione sanitaria nella realtà aretina e in quella della Toscana meridionale. I posti letto dedicati al Covid nella Asl Tse sono appena il 15% del totale. Risposte aggiuntive, modulari e articolate con equilibrio sul territorio sono sia in corso che programmate. L’ospedale San Donato ha retto solidamente l’impatto del Covid nella fase primaverile, attivando le collaborazioni necessarie e garantendo il diritto alla salute a tutti i cittadini seppure in una fase drammatica  e allora totalmente sconosciuta.
Fronteggiare un possibile aggravamento della situazione, vuol dire elaborare soluzioni di sistema che mettano gli ospedali in rete, che favoriscano lo sviluppo delle cure intermedie per alleggerire la pressione su degenze Covid e terapie intensive. Un sistema di vasi comunicati che garantisca ai pazienti il miglior livello di cure possibile. Anche con misure straordinarie. Il Presidente della Giunta regionale sta valutando soluzioni aggiuntive rispetto all'attuale rete ospedaliera regionale qualora i numeri dei ricoveri crescessero ulteriormente  ma si tratterebbe, in ogni caso, di strutture sanitarie pienamente rispondenti alla necessità di garantire la salute dei pazienti e percorsi sanitari in linea con quelli offerti dalle normali strutture ospedaliere.
L'idea di un ospedale da campo è semplicistica. Non voglio entrare nel merito del dove, come e in quali tempi. Vorrei solo ricordare cosa vuol dire la cura di un paziente Covid, soprattutto in terapia intensiva. Non possiamo immaginare un capannone con una fila di semplici letti. I pazienti critici hanno bisogno di letti dotati di una serie di strumenti che vanno dai monitor alle pompe di infusione ai ventilatori per i pazienti che non sono in grado di respirare da soli. Il lavoro finisce qui? No, inizia qui. Perché una volta che abbiamo una struttura adatta, una volta che abbiamo letti, dotazioni tecnologiche e mediche, abbiamo bisogno di medici e infermieri.  Non neolaureti ma altamente specializzati e mi riferisco ad entrambe le categorie.
Se tutto questo non può essere fatto in modo relativamente perfetto, noi non curiamo i pazienti ma li esponiamo a rischi ulteriori per la loro vita. Deve essere la politica a decidere come si curano i pazienti?
Altra domanda:  essere ammalati di Covid, avere sintomi gravi ed essere in ospedale è anche un gravissimo stress psicologico. Essere in un ospedale organizzato e preparato, è  forse una piccola ma certamente utile sicurezza psicologica. Davvero i cittadini aretini ammalati di Covid vogliono finire in una capannone collocato chissà dove e con protocolli di assistenza da sperimentare in un contesto nuovo? Davvero una città civile come Arezzo vuol confinare i malati di Covid in un ospedale da campo? Questa, per rimanere nel rispetto dei ruoli, è solo una domanda. Infine un appello: vorrei che tutti ascoltassero di più i professionisti della sanità che operano ogni ora del giorno e della notte, evitando di  proporre soluzioni che ingenerano ansia e paura. E che possono creare non soluzioni ma problemi ancora più gravi."

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