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Mercoledì, 26 Giugno 2024
Cronaca Bibbiena

Morì nel frantoio per inerti, caso archiviato: "Condotta imprudente del lavoratore"

Nessun responsabile per la morte del 52enne Francesco Brenda. L'ordinanza del gip e le domande senza risposte della famiglia: "Si sarebbe salvato se il parapetto fosse stato più alto?"

Per la morte di Francesco Brenda, l'operaio che perse la vita all'interno di un frantoio per gli inerti nel gennaio del 2022, non ci sono responsabili. Un malore o una disattenzione avrebbero causato il terribile incidente e secondo il tribunale anche la condotta dell'uomo - definita "imprudente" - potrebbe aver determinato il sinistro fatale. A stabilirlo è stato il giudice per le indagini preliminari Claudio Lara, che ha archiviato il caso lo scorso 12 aprile. 

Cadono dunque le accuse nei confronti del datore di lavoro, unico indagato, Antonio Mariotti (assistito dall'avvocato Saverio Agostini). 

La decisione è arrivata dopo due richieste di archiviazione da parte della Procura di Arezzo (a coordinare le indagini è stato il pm Marco Dioni), e dopo la richiesta di imputazione coatta  avanzata dai legali dei familiari di Brenda, gli avvocati Fabio Appiano e Pierluigi Fabbri

La ricostruzione del perito

Era la mattina del 25 gennaio del 2022 quando è avvenuto l'infortunio mortale. Erano le 10 circa quando il 52enne, padre di due figli, fu ritrovato senza vita all'interno della tramoggia. Era a testa in già, con un braccio in avanti e uno lungo il fianco. Secondo la perizia disposta dalla Procura dopo la prima archiviazione, più elementi avrebbero concorso alla caduta dell'uomo. Il parapetto posto a protezione della bocca del frantumatore, nel punto laterale era distante dal suolo solo 69 centimetri invece di almeno 100 (irregolarità segnalata anche dalla Asl). In base a quanto ipotizzato dal perito Fabio Canè proprio in quel punto Brenda potrebbe essersi appoggiato - forse seduto o addirittura "arrampicato" come sostiene il giudice - per riposarsi, voltando le spalle all'imboccatura della tramoggia rimasta ancora in funzione. A quel punto potrebbe aver perso l'equilibrio o aver avuto un malore, ed essere caduto all'indietro finendo nel macchinario a testa in giù. Probabilmente anche se avesse indossato il casco di protezione, l'operaio non avrebbe potuto salvarsi.

I familiari ancora oggi si chiedono se le cose sarebbero potute andare diversamente con un parapetto a norma. E si domandano: se ci fosse stata una griglia a protezione della bocca dell'impianto l'uomo (come ha affermato chiaramente il perito nella sua relazione) si sarebbe potuto salvare? Risposte che, a questo punto, non arriveranno mai. 

La decisione del giudice

Quello che secondo il tribunale è certo, è che la legge non richiede la presenza di quella griglia, ma - come ha sostenuto il pm nella richiesta di archiviazione - sarebbe sufficiente la protezione fornita dal parapetto. Secondo il giudice l'altezza di quest'ultimo poteva essere sufficiente per non far precipitare Brenda (alto 179 centimetri). Ne consegue pertanto che il datore di lavoro aveva dotato la postazione delle protezioni richieste dalla legge. Nell'ordinanza infine viene preso in esame l'atteggiamento che - per ipotesi - avrebbe assunto il lavoratore: pur essendo esperto: avrebbe avuto una condotta definita "imprudente" in quanto si sarebbe appoggiato sul corrimano dando le spalle a un macchinario lasciato ancora acceso e in funzione. 

Per questi motivi non sarebbe ipotizzabile uno sviluppo penale del procedimento e non si paventa "ragionevole previsione di condanna". Da qui, l'archiviazione della vicenda, come prevede la legge Cartabia.

Una sentenza che arriva in un momento storico complesso, in cui gli incidenti sul lavoro sono purtroppo sempre più frequenti. Proprio pochi giorni fa ha perso la vita un 23enne, Manuel Cavanna, di Chianacce di Cortona. Anche sulla sua morte è stata aperta un'inchiesta: la procura di Siena ha iscritto nel registro delle notizie di reato i nomi di due persone.

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