"Martina e la giustizia non ci sono più", lo sfogo di Bruno Rossi. Vanneschi: "Incubo finito dopo 9 anni"

La corte d'appello di Firenze ha assolto Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni. Erano accusati di tentata violenza di gruppo e morte in conseguenza di altro reato (capo di imputazione quest'ultimo caduto in prescrizione)

Bruno Rossi, babbo di Martina

"Martina non c'è più e anche la giustizia non c'è più". Il padre di Martina Rossi, Bruno, era presente in aula quando ieri la prima presidente di sezione della Corte d'Appello, Angela Annese  ha letto la sentenza. Il suo commento è stato lapidario. Il dolore per la decisione traspariva dal volto, stanco e provato da questa terribile vicenda. Insieme alla moglie, Franca Murialdo, non aveva mai perso la fiducia nella giustizia. Insieme erano riusciti a far riaprire in caso, avevano seguito tutte le udienze del processo di primo grado, presso il tribunale di Arezzo, e quelle in corte d'Appello. Assistiti dai legali Luca Fanfani e Stefano Savi, non si erano mai arresi. 

"Questa sentenza sconvolge la logica - ha dichiarato il padre di Martina - dire che il fatto non sussiste è proprio infangare il nome di Martina". Poi, subissato dalle domande dei giornalisti ha concluso: "La giustizia italiana ora si è interrotta sul lavoro fatto in precedenza dalla Procura di Arezzo. Cosa farò ora? Terrò stretta mia moglie".

Di fatto, la difesa dei due giovani aretini, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni - accusati di tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di altro reato (quest'ultimo reato prescritto) - è riuscita a scalfire il castello accusatorio, insinuando il dubbio che le cose potrebbero non essere andate come sostenuto dalla procura generale. I legali Stefano Buricchi e Tiberio Baroni fin dall'inizio hanno battuto sul tasto del gesto volontario. La facilità con la quale sarebbe stato possibile scavalcare quei balconi sarebbe la prova che la giovane, se avesse voluto, avrebbe potuto raggiungere il terrazzo di fianco.

Luca Vanneschi, ieri presente in aula insieme ad Albertoni, ha parlato di "fine di un incubo durato nove anni". 

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 45 giorni. Solo allora sarà possibile capire quali elementi hanno portato la corte d'appello a prendere questa decisione. E solo allora il procuratore generale potrà decidere se impugnare la sentenza e portare avanti fino al terzo grado di giudizio l'intera vicenda. 

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