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Due centraline del sistema antincendio e la catena di malfunzionamenti. I dettagli della perizia sull'Archivio di Stato

La perizia commissionata dal pm Laura Taddei della Procura di Arezzo, restituisce un quadro drammaticamente chiaro sulla concatenazione di malfunzionamenti e condizioni che portarono alla morte di Filippo Bagni e Piero Bruni

Emergono ulteriori dettagli dalla perizia commissionata dal Pm Laura Taddei, sul complesso sistema di allarme e spegnimento di possibili incendi all'Archivio di Stato di Arezzo. Più di un elemento non ha funzionato a dovere, il giorno in cui ci hanno rimesso la vita Filippo e Piero, due dipendenti pubblici che per primi sono accorsi nel locale da dove l'allarme era partito, a vuoto, come molte altre volte.

La ricostruzione della perizia appare sempre più tragicamente chiara e minuziosa. Partendo da come, tecnicamente è strutturato quel sistema che si basa sull'uso del gas Argon, capace di sottrarre ossigeno, fino a saturare gli ambienti, così da spegnere le fiamme, senza dover ricorrere ad acqua o alle altre sostanze che danneggerebbero libri antichi, manufatti, documenti unici e storici che in caso di incendio andrebbero perduti.

Il primo tratto dell'impianto era ed è costituito dalla centrale che controlla gli ambienti più delicati, che devono essere protetti e sono quindi sotto allarme antincendio. La seconda parte è costituita una centralina che si occupa del rilascio del gas Argon nelle sale sopra indicate, entra in funzione se l'allarme antincendio non viene disattivato entro 3 minuti.

Il giorno in cui Filippo Bagni e Piero Bruni morirono, il 20 settembre del 2018, tutti e due gli impianti non funzionarono a dovere. Il primo ha mostrato più volte i segnali di instabilità, ogni volta che è scattato a vuoto, senza un reale pericolo di incendio in corso. E' successo alcune volte prima della tragica mattina, è accaduto anche nei mesi successivi, con tanto di interventi dei vigili del fuoco. Anche quel giorno l'allarme scattò senza motivo, il dispositivo con il pulsante rosso in sostanza reagiva per semplici variazioni dei parametri fisici o ambientali e la perizia individua in un pezzo di ricambio non originale l'elemento di debolezza del sistema, un vetrino lesionato di marca e di dimensioni diverse. 

A questo si aggiunse il malfunzionamento dell'impianto ad Argon, con la valvola montata male. Il micidiale gas, così, non fuoriuscì nelle sale da proteggere, ma nello scandinato dove erano installate le bombole, dove, oltretutto, mancava lo sfiatatoio che avrebbe convogliato il gas all'esterno senza provocare grandi rischi e dove le porte non erano a tenuta stagna. 

Una drammatica concatenazione di errori e malfunzionamenti che uniti alla mancata informazione sui rischi, hanno portato ad una tragedia che poteva essere evitata.

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