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Super lavoro in degenza Covid, parlano i medici di Arezzo: "Dietro i caschi vediamo l'angoscia dei nostri pazienti"

La dottoressa Golfi: "Lo stress emotivo è minore rispetto ad inizio pandemia. Allora eravamo anche spaventati dal non conoscere la malattia. Adesso è rimasta intatta la fatica fisica. Anzi, è aumentata perché il lavoro è sempre più intenso"

E' un momento di grande stress lavorativo per la degenza "ordinaria" Covid di Arezzo con più di cento pazienti (ieri erano 105) e la Terapia Intensiva del San Donato al completo nei suoi 21 posti (ma espandibile all'occorrenza, al momento il sovraccarico di degenti viene gestito con trasferimenti tra Siena e Grosseto). Una panoramica la offre il direttore di Pneumologia Raffaele Scala, che spiega come si cerchi di evitare che i pazienti passino in terapia intensiva "ma in effetti sono gravi, in quanto tutti hanno bisogno dell'assistenza respiratoria continua". Quindi maschere e caschi, anche per per settimane. Non solo, è una degenza complicata: i pazienti spesso sono sedati e monitorizzati.

La giornata "tipo" della pneumologa

Ore 6.45. Suona la sveglia della dottoressa Nicoletta Golfi, pneumologa nella degenza Covid dell'ospedale di Arezzo. "La prima cosa è preparare la pappa a mio figlio, cinque mesi. Poi colazione e via verso il San Donato". E' la Asl ad illustrare qual è la routine di chi lavora in degenza Covid oggi, a più di un anno dall'inizio della pandemia e ancora in emergenza. Seguendo i passi della dottoressa Golfi.

Ore 8  Inizia il lavoro. "Facciamo il breefing, cioè l'incontro di tutti gli operatori del turno della mattina. Quindi il punto sulla situazione di ogni singolo malato. E fin qui non c'è nulla di diverso rispetto all'era pre Covid se non il numero dei pazienti e la loro gravità. La novità è la vestizione: doppia mascherina, visiera, calzari, tre paia di guanti, tuta fino al collo con il cappuccio che copre la testa. Le prime volte impiegavo 15 minuti. Adesso sono scesa a 10. Tutti ci vestiamo davanti allo specchio per verificare di non aver dimenticato nulla", dice Golfi.

Ore 9.  Inizia il giro delle visite. "Una prima ricognizione è già stata fatta dagli infermieri. Il nostro gruppo è presente nelle aree Covid 2 e Covid 3 e ha in gestione circa 40 pazienti.  Noi pneumologi siamo chiamati a trattare molti dei casi più gravi della degenza Covid. E' un grande numero e ci siamo divisi il lavoro con i colleghi che a turno vengono da neurologia e cardiologia. Questo giro che viene fatto da medici e infermieri dura circa 4 ore. I nostri pazienti non sono intubati come quelli di terapia intensiva ma sono tutti molto gravi e  con ventilazione assistita non invasiva. Per molti giorni e talvolta molte settimane rimangono collegati alla ventilazione artificiale per evitare l’intubazione. Loro hanno il casco o la maschera, noi la visiera e il cappuccio: sono precauzioni essenziali e inevitabili ma non rendono facile la comunicazione con i pazienti e quindi nemmeno il nostro lavoro. Nonostante queste protezioni, ci rendiamo conto dell'ansia e dell'angoscia delle persone che abbiamo di fronte. E' passato un anno ma  nessuno di noi riesce ad abituarsi a questa condizione. Stanno con noi per settimane, li conosciamo, sentiamo e vediamo le loro famiglie che chiamano e chiedono notizie. Con situazioni che si complicano drammaticamente: abbiamo avuto interi nuclei familiari distribuiti tra noi, la degenza Covid in malattie infettive e la terapia intensiva. Talvolta è veramente difficile dare risposte e sostenere un'intera rete familiare devastata dal contagio".

Ore 14,30. Finisce il turno. E' la volta della svestizione. "Che forse è più complicata della vestizione. Dobbiamo seguire una procedura precisa e consequenziale, stando ben attenti a toglierci le protezioni nell'ordine giusto". Infine il "debriefing" per le consegne ai colleghi del pomeriggio Termina una giornata di lavoro: "lo stress emotivo è oggettivamente minore rispetto ad inizio pandemia. Allora eravamo anche spaventati dal non conoscere la malattia e dal non avere certezze sulle cure. Adesso è rimasta intatta la fatica fisica. Anzi, questa è aumentata perché il lavoro è sempre più intenso. Rimane una consapevolezza: abbiamo deciso di fare il medico per aiutare e curare  le persone. E c'è la soddisfazione di farlo nel modo migliore che conosciamo". Si torna a casa nel tardo pomeriggio. "Le protezioni e il camice rimangono in ospedale.  Talvolta ci rimane anche la testa.  Io - sottolinea Nicoletta Golfi - non riesco semplicemente a voltare pagina. Mi concentro su mio figlio Enea, sulla famiglia, sulla casa ma quanto ho visto la mattina  è un'ombra grigia che rimane. Può essere più o meno spessa, più o meno scura: dipende se qualcuno è guarito, se qualcuno è morto. Le preoccupazioni sono anche per i nostri familiari: porteremo a casa il Covid? Tutti ci siamo fatti questa domanda nel tragitto di ritorno dall'ospedale".

Le difficoltà al lavoro e in famiglia

Nicoletta Golfi ha un bambino di 5 mesi. La sua collega Valentina Granese ne ha uno di 9, che è iscritto alle elementari. "La didattica a distanza è un problema enorme. Sta perdendo mesi di scuola. Tutti utilizziamo nonni e baby sitter ma così non funziona. La mattina telefono a casa quando posso per sapere come va", racconta la dottoressa Granese.

I prestiti da altri reparti

Il dottor Paolo Angioli è un "prestito". "Sono un cardiologo interventista e quindi ho un rapporto più frequente di altri colleghi con situazioni ed eventi tragici. Questo mi consente di chiudere più facilmente la 'porta' dell'ospedale. A casa non mi porto nulla e cerco anche di non parlare di lavoro. Voglio conservare la parte normale di me". Altro "prestito", questa volta da neurologia, è la dottoressa Eleonora Innocenti. "Il mio timore iniziale era di non avere tutte le conoscenze necessarie. Diversa la mia specializzazione medica, semi sconosciuto il Covid 19. Le nuove competenze le ho comunque acquisite sul campo e l'integrazione di specializzazioni diverse è risultata  una soluzione positiva", spiega. Da chi proviene da altri reparti a chi spera di entrare presto in un reparto. Luca Guidelli è uno specializzando: "Ho iniziato a lavorare proprio in contemporanea alla diffusione del Covid. La fatica è stata ovviamente maggiore, ma anche i risultati òp sono stati. Ho imparato molto, certamente di più che in un normale periodo".

Le parole di chi coordina

Infine i due punti di riferimento di pneumologia del San Donato. Manuela Caneschi è la coordinatrice infermieristica: "dal punto di vista professionale, lavorare con colleghi di altri reparti si sta dimostrando un'esperienza molto positiva. Dal punto di vista personale, abbiamo la paura, il tarlo di essere infettati e di portare il contagio a casa. La stanchezza è tanta e gli orari si allungano ma comprendiamo la gravità della situazione e la necessità di fare quanto possibile, se non di più, per i nostri pazienti".

E il dottor Scala chiosa: "In questa situazione il personale sta reagendo con spirito di sacrificio, nel migliore dei modi". E aggiunge: "Ringrazio tutto lo staff composto da neumologi, infermieri, oss, fisioterapisti, psicologi per il lavoro straordinario. Ringrazio anche i colleghi neurologi e cardiologi: possiamo lavorare insieme integrando le competenze e imparando gli uni dagli altri". Senza dimenticare il "massimo di umanizzazione possibile delle cure in collaborazione con le famiglie".

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