"Groviglio di società fallite: così evasi milioni di euro", le indagini che hanno portato agli arresti di Moretti

Le misure sono state disposte dal Gip del Tribunale di Arezzo che ha ritenuto le 13 persone coinvolte nella vicenda membri di "un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, bancari, fallimentari e di riciclaggio".

E' una delle prima regole del crimine: seguire i soldi. Ma questa volta a seguirla sono stati gli uomini della Guardia di Finanza che in 18 mesi di indagini svolte in collaborazione con la Procura di Arezzo hanno portato a termine una operazione conclusa con quattro ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari e altre nove misure interdittive nei confronti di sedici persone, complessivamente indagate, tra cui diversi imprenditori. I quattro arrestati sono Antonio Fioravante Cuseli Moretti, di 67 anni, il figlio Andrea di 40 anni, Marcello Innocenti e Paolo Farsetti. 

Le misure sono state disposte dal Gip del Tribunale di Arezzo che ha ritenuto le 13 persone coinvolte nella vicenda membri di "un’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, bancari, fallimentari e di riciclaggio".

È stato inoltre disposto il sequestro preventivo delle quote di quattordici società e di beni, mobili ed immobili, per un valore complessivo di circa 25,5 milioni di euro. Tra queste ce ne sono tre particolarmente conosciute e che danno lavoro a centiniaia di persone. Si tratta della Tenuta Setteponti, che si trova nel Valdarno aretino - per la quale è stato disposto il sequestro di terreni, vigneti, immobili e marchi, senza però che venga interrotta la produzione dei vini - di Feudo Maccari, a Noto in Sicilia - anche in questo caso sono stati posti sotto sequestro i vigneti nei quali viene coltivato il Nero d'Avola - e il marchio di abbigliamento Pull Love, che ha sede ad Hong Kong.

Le indagini

Le indagini sono partite da un episodio verificatosi nell'aprile del 2017: la Guardia di Finanza fece un blitz all'interno dell'hotel Four Seasons di Milano dove due aretini stavano consegnando dei soldi. I due furono accusati di riciclaggio. La vicenda, da film, sembrava essere chiusa lì. Invece fu lo spunto per i finanzieri, per approfondire alcuni movimenti che collegavano alcuni personaggi aretini alla Svizzera. L'anello di congiunzione sarebbe stato un banchiere aretino che viveva e lavorava a Lugano. Da allora sono passati 18 lunghi mesi durante i quali le Fiamme Gialle da un lato e la procura dall'altro, hanno svolto indagini parallele sulle società che secondo gli inquirenti, pur avento legali rappresentanti di diversa origine, facevano capo alla famiglia di Antonio e Andrea Moretti.

"Società - sostiene il procuratore capo Roberto Rossi - che venivano fondate e poi portate al fallimento, senza pagare tasse e contributi. Un'attività in continuo movimento, che ha generato profitti illeciti per milioni di euro. I soldi venivano poi trasferiti su fondi esteri, fin quando venivano fatti rientrare in Italia per nuovi investimenti in nuove società dal futuro già segnato o per sostenere lo stile di vita elevatissimo degli imprenditori arrestati". 

Un jet privato, uno yacth di 26 metri, un maneggio con 40 cavalli. E ancora ville e immobili. E' quanto emerge dalle carte delle indagini della Procura e dagli accertamenti di tipo amministrativo condotti dalla Guardia di Finanza. 

"Le società fallite - ha spiegato il tenente colonnello Peppino Abruzzese - venivano rimpiazzate da altri soggetti economici e le disponibilità sottratte venivano poi fatte confluire in un nuovo assetto patrimoniale ed imprenditoriale, diversificato anche in altri settori – immobiliare, turistico, vitivinicolo – e schermato con l’interposizione artificiosa di entità giuridiche di diritto estero. Le investigazioni sono state condotte contestualmente, in modo coordinato, sul piano giudiziario e su quello amministrativo, con l’esecuzione di verifiche fiscali".

Dietro a tutto questo meccanismo ci sarebbe stata una sola "cabina di regia"  emersa grazie alle numerose intercettazioni svolte in tutto il periodo dell'operazione. 

Lo schema utilizzato, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, consisteva nel portare aziende tessili a ben posizionarsi sul mercato di riferimento per poi avviarle, in mano a prestanome, al dissesto senza senza così pagare imposte e contributi e senza rientrare dagli affidamenti ricevuti dalle banche.

"Le società fallite venivano quindi rimpiazzate da altri soggetti economici e le disponibilità sottratte venivano poi fatte confluire in un nuovo assetto patrimoniale ed imprenditoriale, diversificato anche in altri settori – immobiliare, turistico, vitivinicolo – e schermato con l’interposizione artificiosa di entità giuridiche di diritto estero".

I sequestri 

Il patrimonio posto sotto sequestro, al netto delle passività finanziarie esistenti, è stato valutato in oltre venticinque milioni di euro e ricomprende 14 società, 179 immobili (tra cui il palazzo “Bianca Cappello” in Firenze), diverse auto di lusso con targa estera, un maneggio con quaranta cavalli, oltre 500 ettari di terreni, prevalentemente adibiti a vigneti, dislocati tra Toscana, Sicilia ed Emilia Romagna, nonché importanti marchi registrati. Le indagini hanno potuto basarsi anche sul contributo di analisi dell’UIF della Banca d’Italia.

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