Fort Konx, pm chiede pioggia di rinvii a giudizio e confisca di 30 chili di metallo

Una udienza fiume, numerosi patteggiamenti,  19 richieste di rito abbreviato, 8 riti ordinari e la confisca di 30 chili d'oro. Si è conclusa così la lunghissima udienza preliminare relativa alla vicenda "Fort Konx": quella del maxi traffico...

marco-dioni
Una udienza fiume, numerosi patteggiamenti, 19 richieste di rito abbreviato, 8 riti ordinari e la confisca di 30 chili d'oro. Si è conclusa così la lunghissima udienza preliminare relativa alla vicenda "Fort Konx": quella del maxi traffico internazionale di metallo prezioso verso la svizzera.

Ieri il pm Marco Dioni ha pronunciato la sua lunga requisitoria e ha avanzato le sue richieste. Per le 34 richieste di patteggiamento, ha chiesto che gli accordi (con pene massime di due anni) raggiunti con i difensori fossero giudicati equi: Per chi ha chiesto il rito abbreviato, 19 persone in tutto, il pm ha chiesto varie condanne, tra le quali due anni e due mesi per la persona che era considerata un punto di riferimento per gli orafi a Napoli. Per tutti, compresi gli otto che hanno deciso di intraprendere il rito ordinario, è stato quindi chiesto il rinvio a giudizio. Un'assoluzione infine, quella del figlio di Kamata: secondo l'accusa non ci sarebbero prove a suo carico.

LA VICENDA
Fort Knox è il nome dato dagli inquirenti ad una grossa operazione contro il riciclaggio di denaro svolta circa cinque anni fa dalla procura di Arezzo. L’inchiesta partì con un blitz della Guardia di Finanza, nel 2012, in un casolare di Manciano (denominato appunto Fort Knox). Le fiamme gialle scoprirono un giro di metallo a nero – soprattutto oro – per un volume d’affari che all’epoca gli inquirenti stimarono in circa 180 milioni di euro. Il casolare, di proprietà dell’imprenditore Michele Ascione, era una sorta di “centrale” dove avvenivano gli scambi. Il deus ex machina dell’organizzazione, secondo l’accusa, sarebbe stato un finanziere residente in Svizzera, Peter Kamata. Gli indagati sono sia aretini che partenopei e anche le perquisizioni (oltre 200) si svolsero tra Arezzo e Napoli. Secondo la ricostruzione della procura, il meccanismo partiva con la vendita di gioielli in compro-oro della Campania: il metallo veniva poi trasformato in lingotti che poi finivano in Svizzera in cambio di soldi. Tutto a nero.
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