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Martedì, 25 Gennaio 2022
Cronaca

Fallimento dell'Arezzo, Matteoni si difende in tribunale: "Ho alleggerito il monte ingaggi. E ci ho messo soldi miei"

Ieri l'imprenditore romano si è presentato davanti al giudice per rispondere dell'accusa di bancarotta semplice. Il coimputato Ferretti ha invece scelto di non deporre. Processo aggiornato al 6 luglio 2022: chiamati a testimoniare anche De Martino, Riccioli e Cerquozzi

Marco Matteoni ieri mattina si è presentato in tribunale ad Arezzo. L'ex presidente amaranto, difeso dall'avvocato Jacopo Gori, non tornava in città da quel turbolento inverno del 2018, quando la situazione societaria precipitò di botto e i bilanci finirono davanti al giudice fallimentare.

Matteoni, accusato di bancarotta semplice insieme al suo predecessore Mauro Ferretti, è stato ascoltato dal giudice Filippo Ruggiero e ha ricostruito gli 80 giorni vissuti alla guida del club, sottolineando che sotto la sua gestione il dissesto dei conti non si è affatto aggravato. Anzi, la campagna trasferimenti di gennaio portò a una riduzione del monte ingaggi totale. Matteoni ha inoltre ricordato che, per fare fronte alle scadenze dei pagamenti, tirò fuori di tasca propria circa 150mila euro. Non solo, le sue intenzioni erano quelle di restare ad Arezzo a lungo, anche per alimentare le opportunità di lavoro delle sue imprese che operano nel settore dell'edilizia. Tra i progetti che aveva in animo di presentare, c'era quello di ristrutturazione dello stadio.

Al contrario di Matteoni, in tribunale non si è visto Mauro Ferretti, il quale ha scelto di non presentarsi a deporre.

Il processo è stato aggiornato al 6 luglio 2022, quando sfileranno in aula i testi citati dalle difese. Tra questi, inseriti nell'elenco dagli avvocati di Ferretti, anche gli ex dirigenti Enrico De Martino, Giulio Cerquozzi, Andrea Riccioli e l'ex direttore dell'area tecnica Roberto Gemmi.

Dopo l'addio di Matteoni e la concessione dell'esercizio provvisorio alla società, la squadra allenata da Massimo Pavanel portò a termine il campionato sotto la guida di due curatori fallimentari, che rimisero in piedi i bilanci grazie alla  raccolta fondi promossa da Orgoglio Amaranto e dal Comune. Fu poi decisiva la disponibilità economica degli imprenditori Giorgio La Cava e Massimo Anselmi a conservare il titolo sportivo e garantire la continuità aziendale.

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