Discarica alla Ex Mabo: 18 persone nei guai per aver creato un mercato clandestino dei ricambi d’auto

Si è chiusa l'indagine della procura di Arezzo dopo il blitz dei carabinieri Forestali che avevano sequestrato il sito lo scorso maggio

Si è conclusa l’indagine dei Carabinieri Forestali di Arezzo diretta dal Pubblico Ministero Angela Masiello che ha smantellato un sodalizio organizzato da tempo nella valle del Casentino da un gruppo familiare proveniente dall’est Europa che, seppur privo di qualsiasi titolo, aveva allestito un centro industriale che operava alla luce del sole l’attività "apparentemente all’avanguardia", dicono dalla Forestale, di smontaggio di auto fuori uso per la rivendita di pezzi di ricambio.

Tutto era nato nel dicembre 2018 dalla verifica dell’atto finale del ciclo produttivo, cioè a dire dal controllo dei Forestali della gestione dei rifiuti inevitabilmente prodotti dall’impresa, attiva in un capannone della ex Mabo del Corsalone, nel comune di Chiusi della Verna. "Constatato che non c’era alcuna autorizzazione non solo a gestire rifiuti, ma nemmeno per la stessa apertura dello stabilimento, la Procura ha delegato ai Carabinieri Forestali di investigare da dove provenissero le macchine e quale fosse la destinazione dei pezzi smontati. E’ stato quindi possibile accertare che le macchine smantellate, tutte di norma dei segmenti medio alti delle rispettive marche, risultavano radiate dal Pubblico Registro Automobilistico in base a certificati di esportazione all’estero che venivano presentati allo sportello della Motorizzazione opportunamente falsificati nel contenuto e nelle firme dei proprietari, con la complicità di agenzie e di una concessionaria automobilistica di zona, senza che i mezzi avessero invece mai lasciato il territorio nazionale", è la ricostruzione degli inquirenti.

Complessivamente sono state ipotizzate le responsabilità penali di 18 persone, quattro cittadini rumeni residenti tra Poppi e Bibbiena (un quinto soggetto deferito inizialmente, padre di due responsabili dello stabilimento, nel frattempo è deceduto), in concorso con altri tre stranieri e undici connazionali titolari di due agenzie, un’autoscuola e una concessionaria automobilistica.

I pezzi derivanti dalle demolizioni venivano messi in vendita via internet alimentando il mercato clandestino dei ricambi d’auto, privi di qualsiasi tracciabilità e garanzia di sicurezza, ovviamente nel regime di totale evasione di qualsiasi onere fiscale e senza che vi fosse nello stabilimento alcun rapporto di lavoro regolare.

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