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Crac del gruppo Mancini, dal file scottante ai soldi usati per l'Arezzo. Imputati chiamati a deporre

Riprende il processo che vede imputato l'ex patron dell'Arezzo, la figlia Jessica, il nopote Giovanni Cappietti e due amministratori

Dai movimenti di denaro sospetti appuntato in un file Excell ai soldi "dirottati" sulla squadra dell'Arezzo, come ha raccontato la commissaria Casilli in aula. Riparte il processo per il crac del gruppo Mancini e adesso ad essere chiamati in aula sono gli impitutati. Lunedì mattina, 18 gennaio, il calendario delle udienze prevede la conclusione delle audizioni dei testi dell'accusa, sostenuta in aula dal pm Marco Dioni e l'inizio dell'ascolto degli imputati. Sono nove i capi di imputazione che pendono sul patron del gruppo, Piero Mancini (che fu presidente dell'Arezzo), sulla figlia Jessica, sul nipote Giovanni Cappietti e sui due amministratori della società Grotti e Sorvillo. 

In una delle ultime udienze, celebrata lo scorso ottobre, in aula fu ascoltato il commissario Antonio Casilli. E' stato lui a sostenere che  la Ciet impianti aveva dirottato ben 28 milioni verso la capogruppo Mancini Group, la quale a sua volta aveva finanziato tra gli altri  ancheArezzo Immagine, che aveva la quota di controllo dell’Arezzo Calcio. Sarebbe stata questa una delle numerose operazioni infragruppo che sono fulcro dell'inchiesta della procura. 

La vicenda

Il crac del Gruppo Mancini risale ad alcuni anni fa. Secondo gli inquirenti, gli imputati avrebbero fatto "girare" i soldi dello stesso gruppo da una società all’altra, fino a svuotarne le casse. Sarebbe stata questa la causa della “bancarotta per distrazione”. In pratica i soldi di una società venivano prelevati per chiudere i buchi di un’altra società e così via, in un meccanismo che ricorda le scatole cinesi. Nell’arco di circa 10 anni sarebbero stati così movimentati oltre 25 milioni di euro e coinvolte le società Mancini Group, Mancini Re, Ciet Impianti e Coeti. 

Il file che "scotta"

Durante le indagini è inoltre emerso un semplice file excel scottante nei contenuti. Secondo l'accusa, infatti, in quella tabella elettronica si si leggerebbero movimenti sospetti che per anni - circa 6 - sono stati eseguiti dal personale delle imprese, lasciando dietro di sé tante tracce. Come quelle degli assegni che impiegati e dirigenti giravano in banca con la formula "a me medesimo" per prelevare contanti dalla cassa aziendale, soldi che poi - stando a quanto ricostruito in aula - venivano consegnati sempre a Mancini. In questo modo l'imprenditore avrebbe potuto contare sulla liquidità di cassa che gli era necessaria. Tanti soldi, almeno un milione e 400 mila euro. 

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