Cronaca

Crac Banca Etruria, immobili e locali nel patrimonio degli amministratori: rischio sequestro preventivo

La lista dei beni è lunga e corposa. Case, terreni, appartamenti, negozi: sono le proprietà degli ex amministratori di Banca Etruria finite nel mirino dell'azione di responsabilità intentata dal liquidatore Giuseppe Santoni presso il tribunale di...

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La lista dei beni è lunga e corposa. Case, terreni, appartamenti, negozi: sono le proprietà degli ex amministratori di Banca Etruria finite nel mirino dell'azione di responsabilità intentata dal liquidatore Giuseppe Santoni presso il tribunale di Roma. Un sommario elenco è stato pubblicato da Corriere della Sera. Si tratta di beni che potrebbero - ipotizza la testata - essere messi sotto sequestro preventivo in modo da garantire, in caso di condanna, l'effettivo versamento degli indennizzi. Questo perché per molti immobili, poco dopo il decreto del governo sul fallimento di Banca Etruria, sono state approntate strategie per proteggerli da eventuali azioni di responsabilità.

In particolare alcuni amministratori avrebbero costituito fondi patrimoniali, ovvero trust che possono essere cointestati a familiari ma che ne garantiscano comunque la disponibilità. Una formula adottata in tutto il mondo, ma che in Italia ha dei forti limiti, perché la legge permette comunque di potersi rifare sugli immobili sia del fondo sia cointestati a terzi.

Molti dei beni a rischio sequestro sarebbero proprio nell'Aretino. In particolare quelli di Rosi (case, un negozio e numerosi terreni sono nel Valdarno Aretino), quelli del suo vice Berni (anche in questo casa e terreni nel Valdarno) e quelli di Pierluigi Boschi (proprietà nel comune di Laterina). Bronchi, stando a quanto ricostruito dal Corriere della Sera, avrebbe invece costituito un fondo patrimoniale ben due anni prima del crac; mentre Berni ne avrebbe costituito uno nel marzo del 2015, quindi alcuni mesi dopo il crollo.

L'azione di responsabilità intentata da Santoni quantifica in oltre mezzo miliardo di euro il danno finale: più di 400 milioni sarebbero attribuibili ai membri degli ultimi tre Cda, il resto alla società di revisione PriceWaterHouseCoopers per "omesso controllo contabile in relazione agli illeciti commessi dagli organi aziendali". In caso di condanna, i soldi ottenuti andrebbero a confluire nel fondo di risoluzione a beneficio dei creditori dell'ex Etruria e delle altre tre banche scomparse dal 22 novembre 2015 (Carichieti, Banca Marche e Cariferrara). Gli azzerati resterebbero comunque l'ultima ruota del carro.

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