"Positivo al Covid e dimenticato in una stanza del pronto soccorso di Siena", la storia di un giovane padre aretino

Dopo il contagio l'uomo ha deciso di trascorrere la quarantena in un albergo sanitario di Siena. Ma dopo l'aggravarsi di alcuni sintomi il medico gli ha inviato l'ambulanza per un controllo al pronto soccorso. E lì è iniziata una storia paradossale

"Sono stato portato in pronto soccorso a Siena e lì si sono dimenticati di me. Sono rimasto 20 ore senza cibo e con pochissima acqua. Alla fine, ho chiamato un'ambulanza per un servizio privato e solo così sono riuscito a tornare nell'albergo sanitario dove sto trascorrendo la quarantena".

E' ancora incredulo Marco (nome di fantasia) quando racconta quello che gli è accaduto nei giorni scorsi.

Tutto è iniziato con un tampone positivo al Coronavirus e sintomi lievi. Il risultato è arrivato giovedì della scorsa settimana e allora Marco, giovane padre aretino, ha deciso di non mettere a rischio la salute dei propri familiari e di trascorrere la quarantena in un albergo sanitario. Il trasferimento è avvenuto venerdì della scorsa settimana: è stato portato in una struttura di Siena, poco distante dall'ospedale le Scotte. 

Nei giorni successivi però la febbre ha iniziato ad alzarsi e i dolori articolari si sono fatti molti forti. 
"Sono sempre in contatto con il medico - spiega - e misuro la saturazione da solo. Tre giorni fa però mi sono sentito peggio e allora il medico mi ha mandato un'ambulanza che mi ha accompagnato al pronto soccorso. Era il tardo pomeriggio".

In ospedale sono stati svolti tutti gli accertamenti: i sanitari hanno controllato i parametri e i risultati sono stati confortanti. Poi hanno eseguito una radiografia e le analisi del sangue e le risposte sono arrivate nella serata. 

"Pensavo fosse finita lì - racconta Marco - ma mi hanno detto di rimanere anche la notte. Allora sono rimasto nella stanza che mi era stata assegnata. Chiuso a chiave e isolato, ho dormito in una barella e solo dopo molte richieste mi è stata data un po' d'acqua".

L'indomani mattina gli hanno consegnato i fogli delle dimissioni. "Risulta che ero dimesso alle ore 9,29 - afferma -. A quel punto sarebbe dovuta arrivare l'ambulanza a prendermi per riportarmi nell'albergo sanitario. Le infermiere avevano anche avvisato la struttura del mio arrivo". 

A mezzogiorno però Marco racconta che era ancora chiuso a chiave nella stanza. "Non si vedeva nessuno e al cambio turno ho bussato alla porta, sperando che qualcuno si accorgesse della mia presenza. Alla fine mi ha risposto un'infermiera alla quale ho spiegato che ero lì dalla sera prima, che attendevo l'ambulanza, che non avevo mangiato e avevo sete. La risposta è stata che dell'ambulanza non si occupavano loro, ma che se l'avevano chiamata sarebbe arrivata".

Alle 16 Marco era ancora nella stanza racconta di essere stato preso dalla disperazione: "Avevo fame, sete e sentivo che la febbre iniziava ad alzarsi. Allora ho provato a chiamare il 118. Era una situazione assuda: ero in una stanza dell'ospedale e stavo telefonando al pronto soccorso per chiedere aiuto. La persona che mi ha risposto però non sapeva come aiutarmi e mi ha detto di chiamare i Carabinieri. Io, incredulo, non sapevo come fare. Ho telefonato a un familiare per avere un po' di conforto. Poi mi sono ricordato che ci sono associazioni che fanno servizi privati di trasporto malati. Ne ho chiamato una di Arezzo".

L'ambulanza è partita da Arezzo alle 17 circa, è andata alle Scotte, ha prelevato Marco e lo ha riaccompagnato all'albergo sanitario, che si trova a circa 10 minuti dall'ospedale,  dove le infermiere lo stavano aspettando dal mattino ed erano anche preoccupate. 

"In pratica, dopo che mi avevano firmato il foglio delle dimissioni - dice il giovane padre - non hanno più penasato a me, chiuso in quella stanza. Eppure visto il contagio non potevo muovermi. Adesso aspetto il conto dell'ambulanza".

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