La Circe della Versilia, la magìa nera e quei legami con Arezzo: 30 anni fa la incastrò il comandante Lettini

Maria Luigia Redoli è morta lunedì al San Donato a 80 anni. Era stata condannata assieme all'amante per l'uccisione del ricco marito, avvenuta nel 1989. Sul clamoroso caso indagò il colonnello aretino

Nessuno, o quasi, sapeva che Maria Luigia Redoli avesse scelto Arezzo come ultima dimora. La cosiddetta "Circe della Versilia", uscita dal carcere di Opera dopo aver scontato 24 anni per l'uccisione del marito, aveva trovato casa nel Pavese, ma poi - ammalata al cuore e ai reni - si era ritirata in un piccolo appartamento a pianterreno in un palazzina di via Pietro Leopoldo, a due passi dal tribunale aretino.

Lui, lei, il giovane l'amante

La vicenda per cui diventò celebre, suo malgrado, fu l'assassinio del facoltoso marito, il 69enne agente immobiliare Luciano Iacopi, avvenuto quasi trent'anni fa a Forte dei Marmi (Lucca). Un delitto - come ha stabilito la giustizia - consumato a sangue freddo dalla Redoli, allora cinquantenne, e dal suo giovanissimo amante dell'epoca, il carabiniere a cavallo Carlo Cappelletti, che aveva 23 anni. A far luce sulle responsabilità dell'efferato episodio (Iacopi fu trucidato con 17 coltellate) fu un aretino d'adozione, in pensione da poco più di due anni, l'ex comandante del Reparto operativo dei carabinieri di Arezzo Giuseppe Lettini. Che all'epoca dei fatti era il giovane comandante della compagnia dei carabinieri di Viareggio. Nel cuore della notte (erano le 3 del 17 luglio 1989) il maresciallo Pudda (peraltro da poco scomparso) comandante della stazione dell'Arma di Forte dei Marmi, lo chiamò. Lettini, assieme al comandante del Norm di Viareggio e al sostituto procuratore di Lucca dell'epoca di turno, l'ex sottosegretario al ministero dell'Interno Domenico Manzione, si recò così sul teatro della tragedia.

17 luglio 1989: la notte delle 17 coltellate

Quando gli inquirenti si presentarono nel garage del delitto trovarono uno spettacolo raccapricciante, il corpo di Luciano Iacopi era riverso a terra in un lago di sangue, ucciso da 17 colpi di coltello. Le indagini portate avanti dalla squadra di Lettini e dal Norm si risolsero in poco più di due settimane, individuando in Maria Luigia Redoli la mandante dell'omicidio, in Carlo Cappelletti l'esecutore. Rimase intrappolata nell'inchiesta anche la figlia della Redoli, l'allora 18enne Tamara, poi scagionata. Ad incastrare i due amanti furono da un lato le intercettazioni telefoniche, dall'altro le indagini tradizionali. I carabinieri avevano infatto diffuso una falsa informazione: il ritrovamento di una finta arma del delitto. Carlo Cappelletti, intercettato, dichiarò a un amico: "Ancora sono in alto mare", tradendosi. Inoltre le chiavi che aprivano il garage erano soltanto due e la rimessa era chiusa dall'interno. Chi possedeva i mazzi? Solo Maria Luigia e il marito, sua vittima. La donna fu assolta in primo grado, condannata in Appello e Cassazione.

15 milioni per un maleficio

La storia della "Circe della Versilia", che emerse per il clamore mediatico suscitato dal caso, era piuttosto complessa. Maria Luigia era una donna di mezza età ancora piacente, vistosa con gli occhialoni neri e il taglio di capelli corto color platino, amante della vita notturna e delle discoteche. Aldilà della sua colpevolezza, prima della condanna, si sollevò nei suoi confronti il pregiudizio dell'Italia dell'epoca. Acuito, peraltro, dal fatto di essersi invaghita di un giovane carabiniere a cavallo di Latina, giunto a Forte dei Marmi per una parata, Carlo Cappelletti. La donna, in rotta da tempo con il marito di alcuni anni più anziano, era di fatto separata in casa. E - ritennero gli inquirenti - forse ambiva all'eredità miliardaria del consorte. La notte tra il 16 e il 17 luglio i due amanti, assieme ai figli di lei Tamara e Diego, uscirono per mangiare e poi recarsi alla discoteca La Bussola. Nel cuore della notte, la sosta a casa. E qui parlano gli atti processuali: Iacopi venne attirato nel garage con una scusa dalla donna, ad attenderlo di sotto c'era Cappelletti armato di coltello, mentre i figli si trovavano in macchina. Poi, l'omicidio. Nei giorni seguenti, le indagini rivelarono anche l'ossessione della donna per la magìa nera e l'occulto. Prima di mettere in piedi il piano, la Redoli avrebbe cercato di uccidere il marito attraverso il maleficio di un mago viareggino, pagandolo 15 milioni. Ma l'uomo intascò i soldi senza eseguire il mandato e collaborò con i carabinieri. Un tassello decisivo per ricomporre il puzzle dell'omicidio, per il quale la donna e il suo amante furono così condannati. 

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