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Caso Martina, il procuratore generale: "Annullate l'assoluzione, indizi travisati"

La sentenza con la quale Albertoni e Vanneschi sono stati assolti in appello è stata impugnata nel mese di ottobre dalla procura generale di Firenze, secondo la quale alcuni indizi non erano stati "valutati" o erano stati "travisati". Secondo il procuratore generale la motivazione sarebbe stata "contraddittoria" 

Chiederà di annullare l'assoluzione. Il procuratore generale presso la Corte di Cassazione, Domenico Seccia, ha depositato nei giorni scorsi la requisitoria scritta nella quale chiede che un nuovo processo d'appello venga celebrato per la morte di Martina Rossi. I due ragazzi aretini imputati, Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, erano stati assolti in secondo grado dall'accusa di "tentata violenza sessuale di gruppo" (l'altro capo di imputazione, ovvero "morte in conseguenza di altro reato" era giò andata prescritta) lo scorso 9 giugno "perché il fatto non sussite". La sentenza è stata impugnata nel mese di ottobre dalla procura generale di Firenze, secondo la quale alcuni indizi non erano stati "valutati" o erano stati "travisati". Non solo, secondo il procuratore generale la motivazione sarebbe stata "contraddittoria". 

Il procuratore contesta un elemento cardine della sentenza di assoluzione, ovvero quello della caduta dal balcone da una posizione centrale. 

Era ormai giorno - si legge nelle motivazioni - e la ragazza era visibile dal terrazzo a chi, come la Puga, si trovava nel piazzale antistante l'albergo, che ebbe a vederla addirittura in viso frontalmente, così come, quindi, ella poteva ben vedere coloro che si trovavano nel piazzale, con l'inevitabile conclusione a cui deve pervenirsi che la Rossi ben avrebbe potuto chiedere aiuto dal terrazzo in cui si trovava se fosse stata vittima di un 'aggressione, mentre nessun grido sarebbe stato da lei proferito, né alcuna invocazione di aiuto vi sarebbe stata da parte sua, secondo quanto riferito dalla Puga.

Ma secondo la tesi del procuratore generale della Corte Suprema ci sarebbero indizi che mostrerebbero come Martina abbia tentato di scavalcare da un lato quel balcone, e non si sia lanciata dal centro. Parte di una piastrella sul lato del balcone - come avrebbe mostrato un'immagine riportata in un servizio della trasmissione Chi l'ha visto? - sarebbe stata trovata divelta e questo potrebbe  indicare che Martina stava tentando di scavalcare da quel lato. Messa in dubbio poi anche la testimonianza oculare di Francisca Puga: secondo Secci la donna sarebbe stata in realtà troppo lontana per vedere bene da dove Martina sia precipitata. 

La tragedia e i processi

Martina morì all'alba del 3 agosto del 2011 precipitando dal balcone dell'hotel Santa Ana di Palma di Maiorca. Si trovava al sesto piano, nella stanza 609, quella di Vanneschi e Albertoni, quando si diresse al balcone e cadde nel vuoto. Secondo la procura di Arezzo e secondo il procuratore generale di Firenze, la ragazza stava tentando di sfuggire ad un tentativo di violenza sessuale messo in atto dai due aretini. Una fuga fatale, finita su una fontana ornamentale che si trovava di fronte all'hotel. 

Dopo indagini in Spagna (dove il caso fu archiviato come suicidio), i genitori di Martina hanno lottato a lungo per far riaprire il caso. I due ragazzi sono stati rinviati a giudizio e poi condannati in primo grado per tentata violenza sessuale di gruppo e morte in conseguenza di altro reato. Era il 14 dicembre 2018. Ma il giugno scorso il verdetto è stato ribaltato dalla Corte d'assise di Appello di Firenze. Nel frattempo però uno dei due reati (morte in conseguenza di altro reato) era andato in prescrizione.  Il Procuratore generale Luciana Singlitico in seguito alla lettura delle motivazioni della sentenza ha presentato ricorso in Cassazione perché la Corte d'Appello non avrebbe valutato "i singoli indizi, in sé e in maniera unitaria"

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