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Capoclan accoltellato e curato all'ospedale di Arezzo sotto falso nome

L'episodio risale al 2014 ed è emerso nel corso di un processo che si sta tenendo a Perugia. L'uomo era stato ferito nel corso di uno scontro tra feroci bande di pusher. Per non farsi scoprire, era stato portato al San Donato e aveva fornito false generalità

Un capoclan della droga del centro Italia accoltellato al torace in uno scontro violento tra bande, avvenuto a Perugia nel 2014. Nell'occasione l'uomo fu portato dai campagni all'ospedale San Donato di Arezzo e fatto curare sotto mentite spoglie.

L'episodio emerge nell'ambito di un maxi processo in corso nel capoluogo umbro a seguito dell’operazione “Big Rock”, condotta dalla Polizia di Perugia su input dell’Antimafia umbra e legata allo spaccio di droga. Lo stupefacente veniva nascosto nel bosco e alimentava un traffico da 200 dosi a settimana, un giro da almeno 500mila euro di profitti, con spacciatori addirittura stipendiati con un fisso. Trentasei in tutto le persone indagate e finite sotto processo a Perugia.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori - riporta PerugiaToday - uno dei capi si era vantato con gli altri albanesi di nascondere nel bosco un quantitativo di droga corrispondente a 500mila euro, salvo poi lamentarsi di avere giornate pesanti non potendosi fermare “un attimo, tutti i giorni al lavoro...entrare e uscire dal bosco …” oppure dovendo formare nuovi spacciatori (“Stai attento al tuo lavoro, e cerca di imparare le cose”).

La droga nella scatola di scarpe per bimbi

L’indagine (nata dalle dichiarazioni di una donna sudamericana alla squadra mobile di Perugia, sull’importazione di un certo quantitativo di droga all’interno di una scatola di scarpe per bambini) è riuscita a smantellare un’ importante organizzazione presente sul territorio, un sodalizio creato “al fine di porre una serie indeterminata di delitti di acquisto, detenzione, cessione di cocaina, con predisposizione di autovetture, telefoni cellulari non intestati agli indagati e luoghi (campagne) dove occultare quintali di coca e soldi”. Secondo il gip che aveva disposto gli arresti “ tutti gli indagati traggono il loro sostentamento esclusivamente dal traffico di cocaina e quelli che svolgono un’attività lecita la mantengono solo come ‘copertura’ per mascherare la reale provenienza dei loro redditi”.

Clienti fidelizzati

L’organizzazione, manteneva sul territorio una “rete capillare” di acquirenti e clienti, consumatori finali, nonché stabili collegamenti con i fornitori dello stupefacente, “funzionali alla operatività dell’organizzazione stessa”; c’era chi svolgeva “il ruolo di promotori e organizzatori”, chi gestiva le spese per garantire la logistica del sodalizio, fino a pagare gli “stipendi” ai pusher (qualcuno “scontento” è andato a lamentarsi), ai rapporti con gli acquirenti abituali e i fornitori, prediligendo chi “fa consegne a domicilio e tariffe concorrenziali” per un “un giro di affari di assoluto rilievo tramite il quale gli indagati conseguono elevati profitti destinati, in buona parte, ad essere reinvestiti in altri acquisti di cocaina per rafforzare sempre di più, nel tempo, la posizione del gruppo sul mercato”. Duemila euro in contanti erano stati dati ad un avvocato che difendeva uno dei pusher più affidabili che era stato arrestato.

Il capoclan ferito e curato ad Arezzo

In questo contesto, maturano gli scontri armati. E in una di queste circostanze è avvenuto il ferimento del capoclan poi curato ad Arezzo.

C'erano stati "scontri tra clan, con alcuni degli indagati che avrebbero anche preso parte ad una rissa violenta, con tanto di ferimento da arma da taglio di uno dei coinvolti, poi trasportato all’ospedale di Arezzo nel 2014. Il timore per la propria incolumità, con la possibilità che qualche connazionale scoprisse i loro nascondigli ed arrivasse ad ucciderli per impossessarsi della droga era una costante tra i sodali: “Ti colpiscono e ti ammazzano (…) io non ho paura dello Stato, ho paura degli albanesi”. Il gruppo si era anche armato con pistole per ingaggiare “scontri con gruppi rivali” e far pagare “sgarri” ai clienti", riporta PerugiaToday.

La notte del 25 aprile 2014 nei pressi di un locale notturno di Corciano scoppia una violenta rissa tra albanesi durante la quale il boss, clandestino e destinatario di un provvedimento di espulsione, viene accoltellato al torace. Anziché accompagnarlo al pronto soccorso di Perugia, però, il capo viene portato all’ospedale di Arezzo “per evitare inopportuni interessamenti da parte della polizia”. Ai medici darà un nome falso. Quel ferimento, per la Direzione distrettuale antimafia, sarebbe da ricollegare a un episodio avvenuto quattro giorni prima, quando il boss insieme a due amici aveva aggredito nel parcheggio di un centro commerciale di via Settevalli un connazionale legato ad un gruppo rivale.

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