Non è Gomorra, ma realtà: le mosse (silenziose) dei clan in provincia di Arezzo

La panoramica delle infiltrazioni in Toscana e il dettaglio del territorio aretino nella relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. Con il Covid il rischio aumenta

Foto Ansa

“Le mafie in Toscana non ricorrono a manifestazioni eclatanti: omicidi, attentati oggi non fanno parte della loro strategia che, invece, si realizza con l’acquisizione di settori economici sempre più importanti”. Sono le parole Procuratore distrettuale antimafia di Firenze, Giuseppe Creazzo, a introdurre il capitolo dedicato alla Toscana della relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia. Il periodo di riferimento è luglio-dicembre 2019: sono risultate più esposte agli interessi delle mafie le aziende dei settori della ristorazione, delle attività ricettive, del commercio e dei servizi, per legami con le criminalità organizzate campana, calabrese e siciliana. Sostiene Creazzo che "dalle indagini emerge come forze camorristiche, della ‘ndrangheta e di cosa nostra siano ben presenti in Toscana, ma anche come alcuni imprenditori, assolutamente alieni all’ambiente mafioso, si siano lasciati tentare dal fare affari con loro”.

La mannaia del Covid

Prima di addentrarsi nell'analisi occorre una premessa: gli accadimenti rilevati coprono fino al mese di dicembre 2019. Tuttavia, nel lasso di tempo che intercorre tra la stesura e la pubblicazione si è sviluppata l’emergenza sanitaria Covid, che può rappresentare un’ulteriore opportunità di espansione dell’economia criminale. "Le mafie, infatti, nella loro versione affaristico-imprenditoriale immettono assai rilevanti risorse finanziarie, frutto di molteplici attività illecite, nei circuiti legali, infiltrandoli in maniera sensibile. La loro più marcata propensione - spiega la Dia - è quella di intellegere tempestivamente ogni variazione dell’ordine economico e di trarne il massimo beneficio. Ovviamente, sarà così anche per l’emergenza Covid-19. Tutto ciò, non solo a causa del periodo di lockdown che ha interessato la gran parte delle attività produttive, ma anche perché lo shock del coronavirus è andato ad impattare su un sistema economico nazionale già in difficoltà".

Gli immobili sequestrati

Arezzo è la terza provincia toscana per numero di immobili sequestrati, secondo la relazione della Dia. "Allo stato attuale, sono in corso le procedure per la gestione di ben 374 immobili confiscati, mentre altri 135 sono già stati destinati. Risultano, inoltre in corso le procedure per la gestione di 44 aziende, mentre 11 sono state già destinate". Quali tipi di attività sono sotto sequestro? "Alberghi, ristoranti, attività immobiliari, commercio all’ingrosso, costruzioni, attività manifatturiere e edili, terreni agricoli, appartamenti, ville, fabbricati industriali, negozi, sono solo alcune tra le tipologie di beni sottratti alle mafie in Toscana". Ed ecco la classifica della numerosità di sequestri per provincia: Lucca, Firenze, Arezzo, Pisa, Livorno, Pistoia, Prato, Massa Carrara, Siena e Grosseto.

La 'ndrangheta e le aziende in crisi

Nella relazione non ci sono specificità aretine per quanto riguarda la 'ndrangheta, tuttavia la criminalità organizzata calabrese, al momento, sarebbe quella più diffusa nella Regione. Un territorio che appare attrattivo per le mafie, oltre che per le infiltrazioni imprenditoriali, "anche per i tradizionali intenti criminali, come il traffico di droga, l’usura, le estorsioni e il riciclaggio. E proprio nel riciclaggio, abbinato a tentativi di infiltrazione dell’economia legale, i sodalizi calabresi in Toscana hanno confermato la tendenza a diversificare gli investimenti, rafforzando la propria presenza imprenditoriale in diversi contesti economico-finanziari". Si evidenza inoltre "la tendenza della mafia calabrese ad infiltrare soprattutto imprese che si trovano in periodi di difficoltà finanziaria, che operano in settori maggiormente legati alla domanda pubblica o più adatti al riciclaggio, mettendo in risalto come l’infiltrazione, in tali casi, faccia registrare un significativo aumento del fatturato delle imprese coinvolte".

Cosa nostra e gli appalti toscani

Per quanto riguarda la mafia siciliana, il rapporto recita: "In linea con le considerazioni sin qui formulate, la riscontrata presenza nello scenario criminale toscano di soggetti affiliati o comunque ritenuti vicini ad organizzazioni criminali di matrice siciliana, in particolare Cosa nostra, non si fonda sul canonico controllo del territorio, bensì su forme e tentativi di infiltrazione nell’economia e nella finanza locali e di condizionamento dell’azione pubblica, funzionali soprattutto al controllo degli appalti. Dedita prevalentemente al reinvestimento di capitali illeciti, la criminalità siciliana si avvale anche di figure professionali dotate di competenze specifiche in materia tributaria, finanziaria e fiscale".

La camorra nell'Aretino

Un'indicazione più precisa arriva invece per la camorra campana, con infiltrazioni anche in provincia di Arezzo. "Le attività criminali legate agli ambiti camorristici in Toscana non forniscono un profilo unitario, risultando distribuite in maniera eterogenea sul territorio regionale, con insediamenti sulla costa tirrenica, nelle province di Grosseto, Arezzo, Prato, Pistoia e Lucca". La camorra ha un profilo basso, dice la Dia, per non attirare l’attenzione degli inquirenti. "Sembra che i clan di camorra stiano facendo ricorso a più sofisticate modalità di infiltrazione, mettendo a disposizione delle aziende in crisi il proprio supporto (finanziamenti, manodopera in nero, forniture di materie prime, ecc.), mirando, in definitiva, a fagocitare attività imprenditoriali o rami dell’economia locale nella propria sfera criminale. La pressione estorsiva resta, comunque, uno degli strumenti essenziali attraverso cui i sodalizi campani esprimono la propria forza, accrescono il proprio potere e reperiscono le risorse per gli investimenti nei settori turistici e dei locali pubblici".

La criminalità straniera e la saldatura con le mafie italiane

Da tempo in Toscana si registra la presenza di criminalità straniera soprattutto di origine cinese, balcanica e africana, "che ha trovato - spiega la Dia - nella regione un tessuto economico-sociale prospero, connotato da un efficiente sistema infrastrutturale (terrestre, marittimo e aereo) che, agevolando ogni forma di connettività, viene indebitamente sfruttato anche per i traffici illegali e forme di pendolarismo criminale (così per il narcotraffico ed il reinvestimento dei proventi illeciti). Queste organizzazioni operano con metodologie assimilabili a quelle di stampo mafioso tradizionali, con le quali talora creano collaborazioni o alleanze finalizzate all’ottimizzazione dei guadagni".

Il secondo semestre 2019 ad Arezzo

Alcune righe della relazione sono dedicate esclusivamente al territorio aretino, su operazioni e misure specifiche adottate durante il periodo di riferimento (luglio-dicembre 2019). "Il pericolo di infiltrazione mafiosa ha determinato il Prefetto ad emettere un’interdittiva antimafia nei confronti di un’azienda, operante nell’import/export di animali vivi, rispetto alla quale è emerso il rischio di possibili collegamenti con clan campani a causa dei precedenti di uno dei soci con poteri di rappresentanza (coinvolto, tra l’altro, in un’indagine per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso). Inoltre, nel semestre in esame, è stata confermata, a seguito di pronuncia del Tar per la Toscana, l’interdittiva emessa nel 2018 nei confronti di una società operante nel settore dei servizi, tenuto conto dei legami affaristici e personali tra il nucleo familiare cui l’azienda è riconducibile ed elementi di una cosca calabrese. La misura, tra l’altro, era stata sospesa quando, a maggio 2018, era stata disposta nei confronti dell’impresa la misura del controllo giudiziale per un anno, nel corso del quale i titolari avevano provveduto ad effettuare vistose variazioni negli assetti societari che, peraltro, non sono risultate tali da realizzare alcuna effettiva e definitiva cesura con i soggetti legati alla criminalità organizzata”.

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