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Cronaca

Banca Etruria, consulenze d'oro: "Furono incarichi inutili e ridondanti"

Nel procedimento che vede imputati 14 membri dell'ex cda, tra i quali anche Pier Luigi Boschi, oggi hanno testimoniato gli investigatori

Consulenze doppione o ridondanti. Incarichi affidati e per i quali non erano stati concordati preventivamente gli importi o per le quali non erano chiare le attività da svolgere per raggiungere gli obiettivi previsti. Sarebbe questo ciò che sarebbero trovati di fronte gli investigatori quando hanno iniziato ad indagare sul crac di Banca Etruria: consulenze per milioni di euro che sono andare a gravare sui già devastati conti dell'istituto di credito aretino. A parlarne in aula, incalzati dalla pm Angela Masiello, sono stati i marescialli della guardia di Finanza La Scala e Muffato. Con la loro testimonianza hanno ricostruito come sono partiti gli accertamenti su questi incarichi "d'oro", contestati inizialmente dall'audit interno alla banca che non digerì la decisione del cda. 

La tesi della procura è che sarebbero stati spesi circa 4 milioni e mezzo di euro in consulenze definite "inutili" e "ripetitive" per valutare un'ipotesi di fusione con un altro istituto di credito. I compensi sarebbero stati così suddivisi: 1,9 milioni per la consulenza della società Bain & Co, 532mila euro per un incarico di due mesi a Mediobanca - che aveva il ruolo di advisor del processo di aggregazione - poi ci sono gli studi professionali, quello legale che seguiva Gianni Agnelli a Torino, Franzo Grande Stevens, che ricevette 824 mila euro, quello dello studio romano De Gravio e Zoppini per 800 mila, e altre 200mila euro per lo studio Camuzzi, Portale e De Marco. 

Su quanto emerso durante le indagini alla prossima udienza, venerdì prossimo, saranno invitati a parlare altri investigatori delle fiamme Gialle. Chiamato a deporre poi anche l'ispettore della Banca d'Italia Emanuele Gatti che fu incaricato di svolgere dei controlli nel 2012 e 2013. Atteso in aula anche il grande accusatore del processo per bancarotta, ovvero il liquidatore Giuseppe Santoni, che in altri procedimenti definì Banca Etruria come un "bancomat" per i vertici dell'istituto. 

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