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Cronaca

"La baby gang come riconoscimento sociale". Le parole del gip e quelle del Questore: "Arezzo rifletta"

Tra i componenti della baby gang che ha terrorizzato Arezzo nel 2021 ci sarebbero stati giovanissimi provenienti da contesti familiari problematici o che vivevano in situazioni di disagio. Per loro "far parte di quel gruppo poteva essere un modo per sentirsi importanti".

"Entrare nella gang per alcuni dei suoi componenti poteva essere una forma di riconoscimento sociale",  è questa una delle riflessioni del gip del tribunale dei Minori di Firenze che ha siglato l'ordinanza di custodia cautelare per i 9 ragazzi accusati di far parte della "famiglia Montana". Tra i componenti della baby gang che ha terrorizzato Arezzo nel 2021, come ha spiegato il dirigente della Squadra Mobile di Arezzo Pietro Luca Penta, ci sarebbero stati giovanissimi provenienti da contesti familiari problematici o che vivevano in situazioni di disagio. Per loro "far parte di quel gruppo poteva essere un modo per sentirsi importanti. Un aspetto questo che, man mano che il gruppo acquisiva popolarità, poteva diventare un elemento di attrazione anche per altri giovani che vivono in contesti simili". 

Un aspetto che viene ribadito nell'ordinanza del tribunale dei Minori è che "ciascuno dei componenti erano concordi nell'agire violento, pronti a difendersi gli uni con gli altri ed entusiasti dell'appartenenza alla 'famiglie' nella quale trovavano un riconoscimento sociale". Parole che assumono un peso ancora più rilevante alla luce del fatto che almeno due di questi giovani, pur essendo minorenni non avrebbero una fissa dimora (proprio come il carismatico leader che viveva a casa di un amico) e che quindi potrebbero aver trovato nella baby gang un punto di riferimento.

All'interno del gruppo il senso di appartenenza sarebbe stato dunque molto forte, arrivando al suo culmine nel momento in cui i semplici componenti diventavano leader. Solo allora infatti, nei loro spregiudicati racconti social, potevano utilizzare il nickname @Montana. Era un simbolo di distinzione, ma anche la prova che, all'interno della gang era possibile "fare carriera": da semplice membro a leader. Anche se l'unico vero personaggio carismatico sarebbe stato il 20enne arrestato lo scorso aprile. 

"I partecipanti - ha scritto il gip - fanno carriera conquistandosi sul campo la possibilità di chiamarsi Montana". Come? Le modalità con cui facevano "carriera" sono ancora al vaglio degli inquirenti: probabilmente avevano un peso la presenza costante nel gruppo, il fatto di aiutare i componenti della banda e quello di portare a termine le azioni violente che si prefiggeva la gang.  

Significativa sarebbe stata anche l’analisi dell’attività della baby gang sui social: nei vari post si sono ritratti travisati, vestiti di nero, con armi e con "l’immancabile dicitura 52100 (codice postale di Arezzo) a indicare il territorio di pertinenza della banda".

"Quello delle baby gang è un vero e proprio problema sociale - ha sottolineato il questore di Arezzo  Maria Luisa di Lorenzo - non è un fenomeno che si può sconfiggere solo con la repressione. Invito la società aretina a fare un approfondimento sulla tematica perché bisogna fare a monte una analisi che non spetta soltanto alle forze di polizia". 

Un fenomeno ben chiaro alle famiglie aretine che, nell'arco di un anno, hanno sentito i figli raccontare di essere stati testimoni o vittime di episodi violenti. Genitori che hanno sostenuto i figli nel loro doloroso racconto, fornendo agli inquirenti elementi importanti per far partire le indagini. 

Quelli che apparivano episodi isolati, infatti, nell'arco di un anno sono diventati eventi ripetitivi, compiuti dalla stessa cerchia di ragazzini (tutti classe 2004/2005), con lo stesso modus operandi:  la vittima, spesso sola e minorenne, veniva avvicinata con un pretesto per poi ritrovarsi improvvisamente accerchiata dal branco che con violenza si impossessava di telefonini, cuffie o portafogli. FIno alla notte del 6 novembre del 2021, quando furono denunciati sei episodi di rapina o tentata rapina. Bottino magro (circa 100 euro), ma situazioni altamente pericolose che hanno fatto capire agli inquirenti come la gang avesse cambiato passo: non era più bullismo, secondo il pm che coordina le indagini era già associazione a delinquere. 

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