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Archivio di Stato: chiesto il rinvio a giudizio per i 13 imputati. Mibact e Viminale non ammessi tra i responsabili civili

Seconda tappa dell'udienza preliminare in merito alla tragedia dell'Archivio di Stato di Arezzo, consumatasi il 20 settembre del 2018, giorno in cui Filippo Bagni e Piero Bruni persero la vita

La pm Laura Taddei ha chiesto il rinvio a giudizio per i tredici imputati della tragedia dell'Archivio di Stato di Arezzo, consumatasi il 20 settembre del 2018, giorno in cui Filippo Bagni e Piero Bruni, dipendenti dell'Archivio, persero la vita intossicati dal gas argon fuoriuscito dall'impianto antincendio dell'edificio. Secondo l'accusa, alla base dell'incidente ci fu il malfunzionamento dell'impianto con varie responsabilità per la falla nella catena di vigilanza.

Si è tenuto oggi il secondo appuntamento per l'udienza preliminare in tribunale ad Arezzo di fronte al Gup Claudio Lara, il primo risale allo scorso 19 gennaio. Oggi hanno parlato il pm e le parti civili, ovvero le famiglie di Bagni e Bruni, seguite dai legali Riccardo Gilardoni e Walter Renzetti (famiglia Bagni) e Luca Fanfani e Piero Melani Graverini (famiglia Bruni). Il Gup, altro passaggio di oggi, non ha inserito il Ministero dei beni culturali e quello degli Interni (oltre a tre aziende private) tra i responsabili civili del procedimento. Anche se, in sede di causa civile, potrebbero essere tutti soggetti a richiesta danni dalle parti lese. A questo punto, la parola passa alle difese, che avranno modo di replicare il 9 marzo e il 16 marzo. Il 6 aprile la decisione sull'eventuale rinvio a giudizio.

"Valvola montata al contrario e mancanza di sfiatatoi", i risultati della perizia

La tragedia e la ricostruzione degli inquirenti

Ma cosa accadde quel drammtico 20 settembre? Bagni e Bruni morirono in seguito ad una una serie concatenata di eventi legati al malfunzionamento dell'impianto antincendio. I due impiegati erano da poco entrati al lavoro quando si accorsero che la spia dell'impianto si era accesa e sentirono il rumore tipico di una fuoriuscita di gas. Corsero nel seminterrato e aprirono la porta dello stanzino dove era l'impianto. L'area era però satura di gas (argon e anidride carbonica) e rimasero così senza ossigeno. Nulla, stando a quanto ricostruito durante le indagini, li avrebbe messi in allerta sul pericolo: nessuna spia che indicasse una presenza minima di ossigeno era stata installata. Allo stesso tempo una valvola montata al contrario "non era collegata a nessuna tubatura che convogliasse all'esterno del locale di stoccaggio bombole" il temibile gas, portando alla saturazione.

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