Giovedì, 13 Maggio 2021
Psicodialogando

Opinioni

Psicodialogando

A cura di Barbara Fabbroni

L'ansia di pubblicare sui social e i pericoli della dipendenza

Il mondo social si presenta come un viaggio di sola andata, dove tutto è alimentato dalla fame narcisistica di mostrarsi come protagonisti di una favola bella, perfetta, unica

Sui social siamo tutti felici, allegri, solari, aperti, disponibili, pieni di entusiasmo e molto altro ancora: ma sarà tutto vero? È questa la felicità 2.0?

Il bisogno di apparire, di ostentare un’immagine di sé e della propria vita come se fosse incastonata all’interno di una favola è ciò che rappresenta il nostro mondo. Non solo, l’amore si è definito in un circolo vizioso 2.0, anche l’esserci in relazione all’altro e al proprio sé si connota di sfaccettature innestate in puzzle infiniti, dove tutto appare sotto riflettori speciali che rendono la persona perfetta. Il pericolo reale è quello di smarrirsi non appena le luci si attenuano.

Il mondo social si presenta come un viaggio di sola andata, dove tutto è alimentato dalla fame narcisistica di mostrarsi come protagonisti di una favola bella, perfetta, unica.

Lasciarsi sedurre dalle tentazioni dell’ego e della vanità, conduce verso costellazioni e galassie inesplorate di puro egoismo, dove esiste la legge dell’io, solo io, soltanto io.

Eh sì, perché tu che scorri con il pollice Instagram o Facebook guardando gli ultimi post, più o meno accattivanti, più o meno curiosi, più o meno rispecchianti il vissuto dell’altro, ti mostri come l’occhio del Grande Fratello che si insinua nella vita dell’altro individuando ogni angolatura regalata allo spettatore o al follower.

Siamo in un mondo dove al posto della base sicura su cui costruire la propria vita, troviamo piattaforme di like, seguaci, emoticon: dove i colori si confondono con le emozioni più disparate pur di conquistare la curiosità di quell’utente per la tua vita.

In questo girotondo di esperienze, l’unica certezza è la perdita del senso di realtà, fatto a pezzi dagli inganni, da grandi e piccole menzogne che ne fanno perdere il significato.

Tant’è che la perdita del senso di sé va di pari passo con la crescita del proprio profilo.

Un ventaglio di illusioni, di costruzioni perfette di una realtà inesistente, viene postato sui social, con l’unico obiettivo di “far colpo” sull’altro, di brillare come se tutto il significato della vita fosse racchiuso in un like.

Così troviamo chi finge un coraggio che non possiede, una felicità che non prova, una forza che non ha, una bellezza da Photoshop che rende iconici, una posa accattivante che stimola fantasie e così via.

È una vera e propria sfida competitiva nel sembrare il migliore che avvolge in una spirale, dove la vera meta è solo la sconfitta vestita da illusione vincente.

Il mondo social raccoglie milioni di foto pubblicate in ogni istante della propria vita, manipolate, ritoccate, l’unica intenzione è quella di essere perfetti per poter trovare finalmente l’approvazione dell’altro.

Sentirsi riconosciuti è un bisogno antico che caratterizza da sempre l’individuo e il mondo social sembra regalare L’isola-che-non-c’è, dove prendere il nutrimento di cui abbiamo bisogno.

Allora siamo tutti piccoli Peter Pan assorbiti dall’ebrezza della fantasia. La vita si gioca nello stretto spartiacque tra la realtà desiderata e la realtà mostrata con una Trilly in cerca di un approdo.

La società virtuale deforma il reale trasformandolo in un grande specchio con riflesse immagini di una possibile vita desiderata, da cui ogni spettatore attinge secondo la sua interpretazione. Non c’è più coerenza tra ciò che realmente siamo e viviamo, il mondo che raccontiamo appartiene a una storia lontana e irraggiungibile che paradossalmente facciamo credere come la nostra realtà.

È una corsa senza fine verso il like, il commento, l’approvazione, il riconoscimento, l’imitazione. Tutto questo però cambia e stravolge la vita stessa che non ha più radici con il vissuto vero e proprio.

Basta immergersi in un viaggio social per incontrare profili perfetti, persone felici, foto belle, cibo gustoso, selfie riusciti, feste ed eventi chic, amici sorridenti e affabili, famiglie pulite e in perfetta armonia, posti di lavoro potenti e invidiabili, insomma un mondo dove non esiste alcuna sbavatura.

La vita nei social è come un romanzo meraviglioso di un viaggio unico, incastonato di ricordi perfetti, di abiti costosi, di vacanze vertiginose, di appartamenti lussuosi e romantici: la miglior vita che una persona possa sognare!

Il vero problema è che tutto questo è diventato una vera e propria dipendenza che porta ad alzare il tiro più che si può. Nulla è mai abbastanza: c’è bisogno di un’emozione ancora più forte da immortalare in uno scatto da pubblicare. Solo così la persona si sente esistere, sente di appartenere al mondo.

La felicità e la realizzazione di sé oggi passano attraverso i like sul profilo.

Cosa resta della vita vera? Perché dobbiamo ingurgitare così tanti riconoscimenti da sconosciuti per sentirci esistere? Cosa c’è oltre la barriera del virtuale?

L’aspetto più triste è rendersi conto che l’attrazione fatale di questa dipendenza virtuale crea un infinito disagio, dove non esiste prospettiva futura. Non c’è domani. L’oggi è ritoccato. Il passato è edulcorato da una narrazione costruita scatto dopo scatto.

La vita non è perfezione, ma un connubio armonioso di bianco e nero.

Così il mondo virtuale finisce per produrre forti emozioni di invidia e il bisogno irrefrenabile d’imitare l’altro. È la società dei blogger e degli influencer che cercano di farsi spazio sgomitando come su un ring. Ma starci sopra presuppone una preparazione seria e dura; questi navigatori virtuali, esperti in rappresentazioni perfette della propria vita, la possiedono? Sanno cosa significa lottare? Hanno sperimentato la fatica di una meta?

La risposta non è facile, poiché nel nostro mondo tutto viene consumato nello stretto giro di un attimo. Un post che si somma ai milioni di post in tutto il mondo resta fisso per qualche istante e poi lascia spazio ad altro.

La vita è un susseguirsi di tasselli, l’uno incastonato nell’altro.

Questa è la strada per essere visto, per esserci, per esistere: postare di tutto, senza scrupoli.

Alla fine, scopriamo che c’è un unico desiderio che anima tutto questo: essere invidiati. Se lui mi invidia vuol dire che possiedo qualcosa che avrebbe voluto avere o fare a sua volta… questo è il triste e smagrito ragionamento che abita l’anima dei follower.

Ma il popolo social è davvero felice?

Dopo anni, dovremmo aver capito che condividere foto di una vita perfetta non rende più felici, così come fissare in uno scatto un bacio appassionato non rende l’amore autentico e profondo.

Non negatelo è capitato a tutti di vivere un periodo da scattatrice accanita, dove il bisogno irrefrenabile di fissare ogni momento e condividerlo era l’unica ragione di vita, eppure poi qualcosa (almeno in alcune persone) accade. Dalla fase maniacale della ricerca del like si passa alla consapevolezza del vuoto, fintantoché la riflessione diventa respiro e, un attimo prima di pubblicare, possiamo afferrare la chance di mantenere quel vissuto in un luogo protetto e intimo.

C’è il bisogno di sperimentare una felicità vera, di riappropriarci dell’intimità violata dallo sguardo dell’altro, di riassaporare la vibrazione emozionale dell’incontro tra persone nel mondo reale.

Ogni volta che pubblichiamo qualcosa pensiamo al vero bisogno che si nasconde dietro a quel post, così potremmo comprendere che la via da percorrere passa per altri territori.

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