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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Psicodialogando

Psicodialogando

A cura di Barbara Fabbroni

Quella rabbia del bambino che nasconde un bisogno d'amore tradito

La rabbia è una paura incontenibile che cresce dentro il Sé del bambino, laddove la sua fame non viene adeguatamente nutrita con carezza e presenza, con autenticità e ascolto

Ogni esperienza di vita, ogni percorso esistenziale, qualunque sia il momento in cui viene vissuto, ha in sé un arcipelago variegato di emozioni. La fenomenologia delle emozioni e il loro significato psicologico, come Eugenio Borgna nei suoi saggi ci invita a incontrare, offre l’opportunità di svelarne il fondamento e la struttura, affinché sia possibile conoscerne le radici profonde che influenzano le relazioni sia interpersonali che intrapersonali. 
Le emozioni nella loro multiforme modalità di essere e nella complessità della loro fenomenologia si costituiscono come un’area conoscitiva alla quale non è possibile sfuggire né nella vita di ogni giorno né in quella psicopatologica. Esse sono una base su cui poggia il nostro essere nel mondo ed essere con l’altro.  
La costellazione delle emozioni evidenzia emozioni dolorose e violente. Emozioni autentiche e inautentiche. Emozioni che aprono il cuore alla speranza e all’incontro con l’altro. Emozioni che fanno naufragare in una vastità marina troppo profonda e gelida tanto da frantumare gli orizzonti dell’incontro dialogico con l’Altro. Emozioni che fanno vibrare il pensiero. Emozioni che lo annebbiano inibendone il flusso armonico e creativo. Emozioni che esprimono rabbia intensa e crudele. Emozioni che si schiudono in un’alcova di comprensione e partecipazione. Emozioni che sono cura perché fondate sulla relazione come incontro di cura.
L’emozione della rabbia è esperienza significativa e importante, centro di contenimento ed espressione di un dolore profondo e lacerante dove la salienza dell’esistere si evidenzia in tutta la sua modalità cognitiva, storica, sociale e fenomenologica. 
H. Kohut ci dice che l’origine della rabbia (…) deve essere cercata nell’esperienza infantile di tragica disperazione del trovarsi vis-a-vis con un genitore (…) umiliante. Tale disperazione è fonte di un dolore intollerabile, in quanto vera e propria minaccia per la continuazione e l’esperienza di sé, ed evoca, quindi, la più forte difesa possibile dello stesso sé, sotto forma di (…) rabbia. 
La rabbia è, dunque, una paura incontenibile che cresce dentro il Sé del bambino, laddove la sua fame non viene adeguatamente nutrita con carezza e presenza, con autenticità e ascolto. Il fanciullo sperimenta una tensione significativa che può viverla come una minaccia da parte di un persecutore ostile che riesce nell’intento di aggredire i suoi bisogni tanto da renderli sempre più profondi e radicati. Il neonato, già da subito, viene assorbito dal bisogno di soddisfare la sua fame sia biologica che psichica tanto che se questa non viene adeguatamente nutrita, può sperimentare una forte tensione che emerge da dentro di lui.
È importante non perdere di vista il discorso emozionale del corpo, dei volti e degli sguardi, territori e luoghi dove si orchestra il primo significativo incontro intersoggettivo con l’Altro. Prima di dire Io dobbiamo dire Tu, è il passaggio dal Noi al Tu che conduce all’Io che permette di costituirci come soggettività. Ma il transito esistenziale per essere soggettività è dato dall’intersoggettività come primo cronotopo esistenziale. Il nostro essere persona nasce dall’incontro intersoggettivo. Quindi, il volto e lo sguardo dell’Altro ci invitano a una relazione. Incontrando l’Altro incontriamo noi stessi tanto da trovarci e riconoscerci come Io. Quell’Io che è abitato da una variegata gamma emozioni e commozioni. 
Nel ventaglio delle emozioni la rabbia, a volte, può divenire un’emozione ingombrante e inglobante. Può essere un abisso che racchiude in sé l’angoscia di separazione e l’angoscia di morte. Può essere una vertigine sull’orlo di un dirupo dove c’è pericolo di precipitare. Può divenire l’unica via per esprimere il bisogno di libertà e d’esistenza che in altro modo non è possibile sperimentare. Quando l’amore e il bisogno vengono in qualche modo minacciati in maniera continuativa e traumatica, alcuni fanciulli possono assumere un’attitudine rabbiosa nei confronti della vita. Infatti, l’emozione della rabbia che si manifesta nei bambini ci condurrà a svelare le ferite, le cicatrici, i cheloidi e le memorie della vita interiore di queste piccole persone che pur nella loro giovane età soffrono, tanto da proporre il loro vissuto attraverso un graffiare, un mordere, un assorbire la vita e l’Altro con tutta la carità emotiva che possiedono. 
La rabbia è l’espressione di un bisogno d’amore reso affamato dalla mancanza di nutrimento che diviene amore rabbioso e amore aggredente. Il fanciullo ha bisogno di quella carezza che consola, protegge, stimola, motiva, struttura e attraverso la quale passa l’emozione dell’amore che aiuta a superare le crisi del processo evolutivo. Così il genitore è luogo di conforto e protezione, di amore e presenza, di sollievo e riconoscimento. Tuttavia, se il genitore è mancante o ambivalente emergerà nel bambino un’intensa emozione che per essere sostenuta può dar vita a espressioni di rabbia. Nel fanciullo l’attaccamento ambivalente oscillerà tra due emozioni significative, speranza e frustrazione, che andranno a creare una stimolazione di sovreccitamento esprimibile con comportamenti aggressivi o violenti. Molte volte nelle famiglie esistono scripts legati a comportamenti relazionali intessuti in trame violente e aggressive, sappiamo quanto lo script della famiglia sia fondamentale per lo sviluppo del bambino. 
Chiunque può arrabbiarsi: questo è facile - ci ricorda Aristotele - ma arrabbiarsi con la persona giusta, e nel grado giusto, ed al momento giusto, e per lo scopo giusto, e nel modo giusto: questo non è nelle possibilità di chiunque e non è facile.

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