Giovedì, 18 Luglio 2024
Libriamoci

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A cura di Gabriele Grazi, Paolo Borghesi e Francesco Bartolini

“Ognuno muore solo”: un grande classico del Novecento

Recensione Hans Fallada “Ognuno muore solo” Sellerio

Quando penso alla definizione di arroganza mi viene in mente spesso un aneddoto su Pico della Mirandola: si sentiva talmente forte della sua intelligenza che, giovanissimo, sfidò tutti i dotti d’Europa dicendogli di presentarsi a Roma a sue spese e lui li avrebbe annientati in qualsiasi disputa intellettuale a loro scelta.

Ma non ve lo racconto con accezione negativa, anzi positiva: riuscì a trovare dentro di se una motivazione tale da avere bisogno di espanderla nel mondo. Così penso che parzialmente possiamo raccontare la genesi di questo che ormai è un classico della letteratura tedesca. Hans Fallada era considerato uno scrittore di punta al tempo della Repubblica di Weimar, esponente della scuola del neorealismo (tratto stilistico distintivo che mantiene anche in questo libro).

Poi arrivò il nazionalsocialismo, ma lui pur divenendo uno scrittore non allineato al partito anzi in rottura totale con esso non emigrò, resto nel suo paese cercando probabilmente di combatterlo dall’interno, eppure questa scelta gli costò tutto. Ricadde nei suoi antichi demoni che lo avevano afflitto per tutta la vita: alcolismo, depressione, dipendenze da droghe e farmaci, fu più volte in carcere e in istituti psichiatrici. Nel 1946, epoca in cui la Germania stava faticosamente cercando di ricostruirsi dopo la guerra e di fare i conti con i propri fantasmi, gli arrivò la richiesta di scrivere un libro su degli incartamenti ritrovati della Gestapo sulla decapitazione dei coniugi Anna e Otto Quangel, accusati di atti sovversivi contro il nazismo.

Ed eccoci all’atto di arroganza benedetta, di sfida in primis con se stesso, come ogni grande sfida dovrebbe sempre comporsi: nonostante tutte le sue problematiche, tutte le sue mancanze e bassezze, si ritenne la persona adatta a scendere nella pancia del mostro e fare i conti con il tema della resistenza nel proprio paese, ovunque ritenuta sostanzialmente inesistente. Non solo, scrisse questo libro, che è diventato uno dei più grandi romanzi del novecento, in poco meno di un mese, e anche qui forse gli costò tutto perché fu il suo canto del cigno, morì poco dopo. “Ognuno muore solo” narra la vicenda di questa famiglia: ordinaria, piccolo proletariato urbano. Non si può dire che aderiscano al nazismo, semplicemente si trovano a viverci dentro con un’inerzia molto più diffusa nel tessuto sociale di quanto non si creda (spesso anche ai giorni nostri). Restano lì a vivere la loro semplice vita. Fino a quando non ricevono la notizia più drammatica: il loro amatissimo figlio, unica gioia dei loro occhi, è morto al fronte. Questo è il punto di rottura: improvvisamente è come se si svegliassero e vedessero per la prima volta la follia che come una rete sottile e perniciosa ha contaminato ogni cosa.

Però sono da soli, ogni persona che incontrano nel loro cammino potrebbe essere un delatore, eppure sono sicuri che la gran parte della popolazione o non conosce cosa sta succedendo, o si gira dall’altra parte per la paura delle conseguenze di una coscienza sociale che andrebbe contro il regime. Aggiungete che non sono certo dei fini strateghi, ma come detto persone umili, quindi decidono di ribellarsi in maniera disarticolata. Questo però non è ammissibile per un regime totalitario, che reagisce con una durezza e una ossessione per la loro cattura spropositata. Troverete una penna toccante, folle, litotica di questo grande e spregiudicato autore. Come sempre un consiglio su come leggere questo libro: strappatevi dal torpore che vi illanguidisce, esagerate in qualcosa, siate mefistofelici.

“Ognuno muore solo”: un grande classico del Novecento
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