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Venerdì, 20 Maggio 2022
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A cura di Barbara Fabbroni

Palco e set, il ritorno dell'attrice aretina Giulia Rupi: "Il periodo della pandemia è stato alienante"

Gli esordi ad Arezzo e poi la Scuola del Teatro Stabile di Torino, fondata da Luca Ronconi, l'artista si racconta: "Un aspetto chiave del mestiere è mantenere l’equilibrio nei momenti di stop"

Giulia Rupi, attrice e autrice, nata ad Arezzo. Si racconta in un’intervista appassionata e densa di amore per il cinema e il teatro.

Raccontaci di te.

"Ciao Barbara, è un piacere incontrarti. Sono Giulia e faccio l’attrice. Sono nata ad Arezzo, vivo a Roma da diverso tempo, ho una nipotina di due anni".

Da Arezzo a Torino, perché?

Semplicemente perché è da lì che tutto è iniziato.

Ovvero?

Sono stata ammessa alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, fondata da Luca Ronconi e diretta da Mauro Avogadro. Se mi avessero presa a Genova, a Milano o a Roma mi sarei trasferita lì. Non mi importava dove, ma solo essere ammessa in una delle Accademie Nazionali di recitazione.

Una laurea in storia del teatro contemporaneo, perché una tesi su Marina Confalone?

È stata la mia relatrice della triennale a parlarmi di Marina, perché, da giovane attrice quale ero, le sembrava interessante che avessi l’opportunità di confrontarmi con una pietra miliare del teatro come la Confalone, in effetti è stato amore al primo incontro.

Sei nata attrice o sei diventata attrice? 

Alla fine, credo che nessuno “nasca” con un mestiere scritto addosso perché in un certo senso sarebbe una condanna. Certo, i presupposti c’erano tutti.

Raccontaci di più.

Ho iniziato da piccolissima (avevo nove anni) un corso di teatro nella scuola del Piccolo Teatro della mia città e subito mi sono sentita a casa, merito anche dei meravigliosi insegnanti, attrici e attori, che mi hanno accolto (li ho seguiti due anni dopo alla creazione della Libera Accademia del Teatro). Contemporaneamente ho scoperto l’amore che i miei genitori e la mia famiglia in generale avevano da sempre per il teatro. I miei nonni erano entrambi accademici del Teatro Petrarca di Arezzo. Quindi, ho sempre ricevuto da loro un grande appoggio in quella che è diventata da subito la decisione della mia vita. Certo, ho scelto di fare l’attrice talmente presto che l’idea di “decisione” forse andrebbe rivista, ma poi ho continuato a scegliere questo mestiere da grande, ogni giorno fino ad ora, quindi qualcosa vorrà dire.

La tua passione più grande?

Il teatro senza dubbio, dalla pratica alla teoria.

Tutti a casa per la pandemia, come hai vissuto l'esperienza?

I primi tempi ero stordita e in un certo senso incuriosita da tutto quello che stava accadendo, poi è diventato alienante.

L’intelligenza è una disgrazia?

Il testo di Griboedov che abbiamo messo in scena tempo fa si interroga proprio su questo e la risposta che dà è che l’intelligenza (intesa anche come sensibilità) ti aiuta sì ad avere uno sguardo critico sul mondo, ma può allo stesso tempo essere fonte di immensa infelicità, proprio per le domande continue che ti portano a scavare sempre più a fondo, fino quasi all’abisso.

Tu sei d’accordo?

Secondo me la soluzione non è rinunciare all’intelligenza e alla sensibilità (se si hanno), ma riuscire a essere abbastanza in equilibrio con sé stessi da non esserne sopraffatti.

Hai mai giocato a Risiko?

Si, ed è un gioco che amo. Lo spettacolo è stato molto divertente da mettere in scena anche perché ho avuto occasione di lavorare sul mio lato più comico.

Quanto è difficile il mestiere dell’attore?

Se il mestiere dell’attore fosse solo quello di recitare ti direi abbastanza, ma ci si può lavorare.

Invece?

Il problema è che fare l’attore vuol dire anche essere un ottimo Pr, un discreto commercialista, un convincente redattore di bandi, un grande venditore e ultimamente anche un preparato social media manager. Tutte cose che con il mestiere dell’attore non c’entrano granché. Quindi, se hai la fortuna di avere tutte queste qualità sei a cavallo, ma si dà il caso che la maggior parte degli attori siano quanto di più lontano ci sia da tutti i mestieri sopra descritti.

È tutto qui?

L’altro aspetto di difficoltà, non meno sfidante, è riuscire a mantenere l’equilibrio nei momenti di stop. Il nostro è sempre stato un mestiere precario, in cui non si ha mai la certezza del lavoro futuro, ed è nel tenersi impegnati continuando a studiare o anche trovando altre fonti di sostentamento tra un lavoro e l’altro che bisogna trovare un punto fermo in sé stessi che consenta di non essere continuamente sballottato dalle ansie, dalle paure e dalle insicurezze tipiche del mestiere. Devo dire che l’esperienza aiuta molto in questo. Una volta che si impara a tenere a bada questa nave, allora rimane solo la bellezza del lavoro più bello del mondo.

Sei più artigiana dei sogni o cogli la tendenza del momento?

Sicuramente artigiana dei sogni anche se mi piace stare al passo con quello che succede intorno a me.

La cosa che più ami fare? 

Stare con gli amici e la famiglia, imparare cose nuove.

Quello che non avresti mai voluto fare nella vita?

Avere a che fare con calcoli, numeri e cifre.

Un sogno nel cassetto?

Vivere in un grande casolare immerso nella natura insieme ai miei amici più cari e alle loro famiglie. Una specie di Co housing, rigorosamente in Toscana: of course.

Dove possiamo vederti?

A breve, e pandemia permettendo, riprenderò a teatro lo spettacolo “Straight” del contemporaneo inglese Dc Moore, con la regia di Silvio Peroni, che racconta di come l’arrivo di un vecchio amico del college metta in discussione la vita di una coppia di trentenni.

Inoltre, abbiamo terminato da poco le riprese del film “Di noi quattro”, ideato e scritto con Giovanni Anzaldo ed Emanuele Gaetano Forte (che ne ha curato la regia) su due coppie di amici che decidono di avere un figlio in quattro. Spero che finiremo il montaggio entro la fine della primavera.

Vuoi aggiungere qualcosa.

Al momento sto scrivendo il soggetto di un prodotto audiovisivo basato su una storia vera che ha visto le donne protagoniste durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Sono in fase della raccolta materiale per far sì che la base storica sia di supporto alla fiction.

Mi occupo anche di organizzazione di eventi culturali. Collaboro, infatti, all’organizzazione del Pigneto Film Festival. Un festival di cortometraggi dedicato al Pigneto, lo storico quartiere romano. Per una settimana all’anno il quartiere viene invaso da giovani registi internazionali che hanno il compito - ognuno con la sua crew - di realizzare un corto ambientato nel quartiere, basato su un tema che viene comunicato solo la prima sera. Oltre all’organizzazione, insieme al direttore artistico Andrea Lanfredi, presento la serata iniziale e quella finale. Insieme all’ideatore del Festival, Simone Vesco, stiamo attualmente lavorando per continuare ad esportare il format anche in altre città.

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