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A cura di Lucrezia Lombardo

La violenza giovanile e la possibilità di cambiamento

I nostri figli parlano di frequente una lingua priva di suoni: occorre leggere tra le pieghe dei loro volti, scrutare con attenzione i loro sguardi  per comprendere i reali sentimenti che li attraversano

«Cos’è che vi manca?», ho chiesto stamane ai miei studenti liceali, dopo aver letto sui quotidiani la notizia dell’arresto degli esponenti della baby gang che, ormai da tempo, operava ad Arezzo.

Gli occhi dei miei alunni sono spesso tristi, vagano in cerca di qualcosa che ignoro, ma al di là di quest’apparenza si cela uno sguardo attento e penetrante. Il cibo di cui i nostri figli sono disperatamente affamati non è visibile, né materiale, e richiede, in primis, lo sforzo degli adulti.

Le pupille dei miei allievi si accendono ogni volta che vengono chiamati in causa, ogni volta che vengono interrogati, considerati, spinti a riflettere, a riferire il loro punto di vista, a svolgere qualche compito per gli altri. I nostri giovani bramano ascolto e sono in cerca di chi li aiuti davvero a capire chi sono ed a comprendere quella realtà in cui galleggiano. Dietro a lunghe unghie smaltate, dietro a quei capelli verdi, a quei tatuaggi che attraversano la pelle, si celano cuori talmente fragili, da essere già infranti a sedici anni.

La violenza -dicono- è diventata oggi, per questi giovani, un modo per farsi notare, per imporre, con la forza, la propria presenza, e la propria volontà, a una società che li ignora e che li liquida con l’illusione prodotta dalla realtà virtuale, una realtà che finisce con l’ingerirli, diventando il surrogato di una presenza affettiva autentica mancante.

Ragazzi soli, ragazzi di cui, in fondo, a nessuno importa davvero, né alla società (che accresce ogni giorno le diseguaglianze e consegna i nostri giovani ad un mercato del lavoro spietato, che non ha cuore la persona, ma la disumanizza, sfruttandola), né alla scuola (che applica la legge del più forte tra i banchi, per selezionare le eccellenze, “lasciando andare” gli alunni più fragili, alunni che, quasi sempre, coincidono con i ragazzi che non riescono a stare al passo con i programmi e che, a casa, non hanno chi li segua, o vivono situazioni di disagio), né a quelle famiglie che spesso mettono al mondo figli soltanto perché la società lo vuole, perché gli altri lo fanno, o perché, semplicemente, è giunta l’ora.

Eppure, è proprio tra i ragazzi che avevano alle spalle le situazioni familiari più complesse e tra coloro che avevano conosciuto precocemente la fatica della privazione, che si annidano spesso le menti più sensibili e coloro che sono capaci -grazie ai giusti punti di riferimento- a trasformare le ferite in punti di forza, apprendendo la capacità di rialzarsi senza perdersi d’animo, tanto da diventare esempi vivi per gli altri.

I nostri figli parlano di frequente una lingua priva di suoni: occorre leggere tra le pieghe dei loro volti, scrutare con attenzione i loro sguardi  per comprendere i reali sentimenti che li attraversano. Occorre stare ad osservare a lungo questi giovani che non riescono a parlare di sé, perché nessuno gli ha insegnato come si fa; occorre dimostrare loro che li amiamo attraverso esempi, dando il massimo di noi stessi mediante una reale e costante presenza, che ci autorizzi a chiedere, a nostra volta, il massimo. Ed è proprio di “essere messi alla prova” che i giovani hanno bisogno, così come hanno bisogno di essere scomodati: con impazienza, aspettano chi indichi loro la strada attraverso scelte coraggiose e capaci di schierarsi dalla parte del vero bene, senza  il ricorso ai continui compromessi a cui questa ipocrita società ci ha abituato.

I nostri figli -cullati nella bambagia di chi ha sempre tutto-, a causa di genitori assenti o gravati dai sensi di colpa della loro assenza, sono assetati, come nessun altra generazione, di adulti che li scomodino, di adulti che pretendano da loro di più rispetto alla  superficialità dilagante, perché “l’amore di sé” si raggiunge soltanto attraverso la fatica che fa percepire, a chi s’impegna, che ciò che ha raggiunto, è davvero meritato.

Da anni mi occupo di disagio giovanile, sia come docente, che come scrittrice e Counselor psicologico, eppure, in nessuno dei tanti manuali che ho studiato, ho rinvenuto la chiave che mi permettesse di trovare la soluzione al disagio di questa generazione, un disagio profondo e radicato, che chiama in causa tutti noi, specie coloro che hanno delle responsabilità collettive. Il dolore e la rabbia dei nostri figli ci vomitano addosso il nostro fallimento come madri, come padri, come educatori, come terapeuti e, in sostanza, come adulti e, poiché nessuna ricetta teorica è riuscita a rispondere al mio assillante quesito circa le cause ultime dell’infelicità precoce di questa generazione, è stata la filosofia -non la psicologia, né la sociologia, il diritto, o la pedagogia- a venirmi in aiuto, grazie al metodo critico a cui allena.

Al di là delle teorie, la violenza distruttiva e autodistruttiva dei nostri figli, che ledono gli altri (soprattuto “quei deboli” che incarnano “il fallimento” per la nostra società, come i senza tetto, i disabili, gli ammalati, i poveri e tutti coloro che hanno “la colpa” di essere “pesi” inefficienti e improduttivi) e se stessi ferendosi, drogandosi, gettandosi via attraverso relazioni tossiche autopunitive, altro non è che una manifestazione del disagio della nostra (in)civiltà, che ha edificato se stessa su tre principi, ormai prossimi al tracollo: l’individualismo sfrenato, che ha corroso ogni legame solidale e ogni compassione; l’efficienza competitiva, che oppone gli uni agli altri, logorando ogni rapporto e inducendo in ciascuno una costante pressione dovuta all’aspettativa sociale; l’apparenza, che ha espropriato ognuno di noi del legame con la propria intimità.

Dopo anni di studio in cerca della “ricetta” che curasse il vuoto di senso dei nostri giovani -quel vuoto che è, poi, l’incapacità di rapportarsi con amore e gratitudine alla vita, al prossimo ed a se stessi-, ho trovato la via in un’esperienza concreta, che mi ha rivoluzionato la vita. Quell’esperienza a contatto con gli ultimi (tossici, condannati, reietti di vario tipo), mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto comprendere che tutti questi giovani perduti, altro non erano che il vero volto della nostra società egoista, basata sul benessere materiale e sulla falsità dei rapporti reciproci. Quei giovani “delinquenti”, con le loro precoci esistenze già piene di ferite e che avevano corso all’impazzata dietro ai modelli di morte che il consumismo gli aveva propinato, guadagnando sulla loro pelle, erano, in realtà, la speranza di tutti noi, poiché erano riusciti a rinascere, a risollevarsi, a cambiare e a scegliere, volontariamente, il bene. Quel bene  vero che mai nessuno, prima, gli aveva fatto conoscere.

Nella comunità che ho visitato, più e più volte, anche il peggior delinquente aveva un’opportunità di ripartenza e proprio la scommessa fiduciosa in questa ripartenza costituisce la svolta. Dopo avere errato, anche gravemente, quei giovani vivevano adesso una vita di sacrificio, di lavoro, di dialogo reciproco in verità, di aiuto reciproco. Ciascuno di questi ragazzi, infatti, prima di pretendere l’amore, doveva imparare a darlo, occupandosi di chi stava peggio di lui ed apprendendo, così, la cura e la responsabilità che le è correlata. Ciascun ragazzo, prima di pronunciarsi e di giudicare, doveva imparare a stare in silenzio, a riflettere, a ingoiare ciò che gli altri avevano da dirgli per il suo bene, anche laddove quel che sarebbe stato detto, non avrebbe fatto piacere.

«Se ciò in cui hai creduto fino ad ora ti ha ridotto così, allora perché continui a parlare e a giustificarti?», chiese uno “dei vecchi” di comunità ad un giovane appena arrivato e distrutto dall’eroina.

Attraverso una pratica quotidiana di cambiamento e scomodamento, i (dis)valori che erano per quei giovani il perno di una vita distruttiva ed autodistruttiva, perdevano gradualmente ogni presa e si rivelavano nella loro falsità d’inganno, quella medesima falsità che la nostra società, di contro, esalta, avendo in odio i nostri figli, tanto che li consegna in massa ad un futuro di stenti, precariato, ignoranza, inconsapevolezza e nichilismo.

Chiedo ora a voi, come possiamo pretendere che i nostri giovani agiscano bene, se siamo i primi ad aver edificato le nostre certezze sull’esclusione degli altri, dei più deboli e dei loro bisogni, dalle nostre vite?

Come possiamo scandalizzarci della violenza di questi nostri figli perduti, se la società che abbiamo costruito, e che stiamo difendendo a spada tratta, è una società di una violenza inaudita, che condanna, esclude, censura persino chi la pensarla differentemente rispetto all’opinione dominate?

Come possiamo insegnare l’amore per la vita ai nostri figli, se siamo bersagliati quotidianamente da cattive notizie, da paura e sfiducia, funzionali a disgregare ogni progettualità e ogni legame?

Il mondo è il frutto delle nostre azioni e dei valori che orientano quelle azioni, perciò, se non cominceremo a metterci in discussione e ad offrire ai nostri figli quel pane invisibile che tanto agognano, l’esito sarà funesto.

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