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A cura di Lucrezia Lombardo

Arezzo 2021, donne sempre un passo indietro. L'ossessione (indotta) per l'aspetto fisico che ci penalizza

Perché ancora oggi stiamo parlando di disparità di genere? L'emancipazione è stata soltanto un'illusione. L'opinione di Lucrezia Lombardo

Immagine tratta da Pixabay

Non è un paese per donne e la causa di ciò è essenzialmente (in)culturale.

Come sostiene Franca Rizzo, presidente della Cna Impresa Donna Arezzo “l’effetto della pandemia si registra anche nel territorio aretino con la contrazione di 81 imprese, dalle 8.854 del 2019, alle 8.773 imprese femminili del 2020. Nell’artigianato –dove la componente femminile si concentra soprattutto nei servizi, compresi quelli alla persona (807) e nel manifatturiero (746 unità)– la perdita si attesta all’1,8%”.

Se per “il secondo sesso” era difficile costruirsi una vita dignitosa anche negli anni passati, il livello raggiunto dalle odierne diseguaglianze di genere è stato ulteriormente accresciuto dalla pandemia, che ha tagliato le gambe a centinaia di lavoratrici anche nel nostro territorio. Ma partiamo dall’inizio e cerchiamo di sviscerare la questione in profondità, analizzando, nello specifico, le cause di tali diseguaglianze, le dinamiche concrete che esse determinano e le possibili soluzioni ad un fenomeno che, invece di diminuire, si moltiplica.

In primis, occorre riflettere sulle radici culturali della disparità di genere. Infatti, sebbene già in natura esistano “il maschile” ed “il femminile” e benché ciascuno di essi sia portatore di una specificità incancellabile ed irriducibile, il contesto sociale ha esacerbato tale differenza, non nel senso di una reciproca compensazione tra uomo e donna, ma in termini gerarchici. Il discorso socio-culturale, che nell’arco dei secoli ha relegato la donna al focolaio domestico onde escluderla dall’impegno politico attivo, ha finito con il fungere da strumento di potere atto a consegnare la sfera dell’azione e della decisione agli uomini. A questa tendenza socio-culturale gerarchica, si è aggiunta, a partire dagli anni ’60 e ’70, un’altra mistificazione, un imbroglio del sistema creato per illudere “il secondo sesso” di aver finalmente raggiunto l’emancipazione. Tale mistificazione consiste ancora oggi nell’illusorietà della libertà sessuale: anziché lottare autenticamente più per i loro diritti, le donne hanno finito con l’accettare la propria oggettificazione, credendo pesino che quest’ultima sia sinonimo di libertà. L’industria televisiva e lo star system, dagli anni ’70 in poi, sono infatti la dimostrazione che la donna, sebbene abbia qualche diritto in più rispetto al passato, è nuovamente relegata al ruolo di colei che deve essere “bella e obbediente”, “sessualmente desiderabile ed inoffensiva”, rinunciando ad un’autentica capacità di pensare. All’interno di questo contesto, le generazioni femminili degli ultimi anni sono state cresciute dalle famiglie e dai mass-media con l’ossessione del corpo - del bel corpo - e hanno anteposto la realizzazione estetica a quella intellettuale; basti riflettere sul “modello di femminilità” che le Tivù ci propongono giornalmente. La donna vota, lavora, fa carriera, s’impegna in politica, ma, di fatto, nulla è cambiato e ciò che in sostanza le si richiede è ancora di occuparsi prevalentemente del proprio corpo, a fini estetici, procreativi e, ahimè, spesso anche per avere successo. Il lavoro esteso al genere femminile, poi, non ha determinato, nel nostro Paese, un’emancipazione reale, poiché la maggioranza delle donne cresce i propri figli da sola, oltre a mandare avanti il sistema produttivo.

Un altro lato della questione è la difficoltà che le donne incontrano nell’occupare posizioni lavorative (spesso per via “del rischio” della maternità), specie se si tratta di impieghi con un certo livello di prestigio. Ma il regresso del nostro paese mette in luce un altro aspetto della questione, un aspetto cruciale: la donna è concepita ancora oggi, fondamentalmente, come oggetto di proprietà, a cui si richiede il meno possibile di manifestare i propri bisogni, o di pensare, e questo a partire dalle mura domestiche. Ne è la dimostrazione il numero crescente di femminicidi, e casi di violenza, commessi nel nostro paese e nel nostro territorio. Nei primi sei mesi del 2020, per esempio, la cifra complessiva di accessi al codice rosa per violenza, nella sola provincia di Arezzo, è stato pari a 103. Questo a dimostrazione del fatto che la pandemia e il confinamento hanno ulteriormente aggravato gli abusi -specie domestici- sul genere femminile. Ad uno sguardo attendo emerge quindi l’enorme solitudine familiare e sociale che le donne si trovano spesso a dover fronteggiare, essendo costrette a lottare persino con con la legge che dovrebbe proteggerle, per essere prese sul serio quando denunciano episodi di maltrattamento.

Le condizioni di lavoro per il genere femminile sono poi, in media, più stressante rispetto a quelle dei colleghi maschi, proprio perché sono le donne che, perlopiù, “portano avanti i figli e la casa”. La cultura dominante, inoltre, non invita le giovani a valorizzare le loro risorse intellettuali, spingendole ad investire prevalentemente all’aspetto fisico. Nel paese delle veline, l’invito rivolto alla maggior parte del genere femminile è infatti quello a concepire se stesse essenzialmente come corporeità seducenti. Tra le cause principali delle odierne diseguaglianze di genere si annoverano dunque i modelli mass-mediatici e le loro immagini, oltre ad un’errore educativo che imposta il rapporto tra “maschile” e “femminile” non sul rispetto reciproco, bensì sull’uso dell’altro e sull’appropriazione. I crescenti episodi di violenza di genere nell’intero territorio nazionale -è recente il caso di Saman, che è stata barbaramente uccisa dai suoi stessi familiari- indicano che c’è ancora un lungo cammino da fare. Ma veniamo alla parte costruttiva del discorso, nel tentativo d’individuare delle soluzioni, che devono partire anzitutto dal contesto educativo (famiglia e scuola), due realtà chiamate ad insegnare alle giovani -con l’esempio, anzitutto- il rispetto di sé ed un non-appiattimento dell’identità esclusivamente al corpo, così che queste donne di domani non basino il loro valore, in maniera dipendente, sul riconoscimento da parte di qualcun altro (sia egli un uomo o chiunque), ma trovino se stesse nella cura delle proprie capacità e della propria specificità irripetibile. L’educazione dovrebbe perciò incrementare, anche nei giovanissimi, una cultura del rispetto di genere, capace di sradicare la concezione -veicolata in gran parte dal web e dai mass-media- secondo cui la donna è un oggetto da cui trarre piacere, od “una proprietà” che deve mettere a tacere i propri bisogni e le proprie esigenze. Le Istituzioni, da parte loro, dovrebbero garantire davvero i servizi di sostegno alle donne vittime di violenza e dovrebbero favorire tutte quelle realtà che s’impegnano nella prevenzione di tale fenomeno, di modo che il genere femminile non si trovi più da solo a dover fronteggiare l’inferno tra le mura domestiche, nel posto di lavoro, o altrove. Andrebbero sostenute anche tutte quelle realtà che si occupano di “rieducare” gli uomini violenti e, soprattutto, andrebbe sradicato il senso di vergogna e auto-colpevolizzazione che la nostra società induce nella vittima, impedendole di denunciare e di ricostruire la propria autostima. Alle donne, per prime, è richiesto, oggi più che mai, di svegliarsi e smettere di accettare i compromessi e le regole imposte da una società sempre più marcatamente discriminante, avendo il coraggio che ha avuto Saman, che non si è piegata al matrimonio combinato con un cugino e che, per difendere la propria autonomia, ha dovuto sacrificare la propria vita. Beato quel mondo che non avrà più bisogno di donne costrette a perdere la loro vita per vedere riconosciuta la dignità.

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