Martedì, 21 Settembre 2021
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A cura di Lucrezia Lombardo

"Omaggio al poeta savinese Giulio Salvadori"

Versi della luce e delle cose semplici

Giulio Salvadori (foto Interris.it)

Ci fermammo a piè della salita

sotto un cipresso: al vento della sera

ondulavan le cime: era ogni vita

nel gran silenzio quasi una preghiera.

Quando improvviso un tócco di campana

disse Ave, come chi piangendo spera.

Ave! rispose la preghiera umana …

bianca tra i cipressi,

la chiesa, della valle umil sovrana

Con queste parole Giulio Salvadori si rivolge alla Vergine delle Vertighe, il santuario a cui il poeta savinese era legato da un affetto particolare, poiché, ancora ragazzino, vi si recava la domenica assieme alla madre.

Salvadori è senz’altro una delle voci poetiche italiane più eleganti del XX secolo, eppure, la sua produzione è ancora tenuta in sordina e poco trattata. I versi dell’autore si caratterizzano per un forte lirismo intimistico, che presenta una spinta a tratti misticheggiante. I temi della natura -come luogo d’armonia capace di rifocillare l’animo- e della “ricerca spirituale” (Salvadori vestì l’abito del Terzo ordine francescano nel 1886) sono centrali e vengono trattati con una semplicità cortese, capace di esprimere i concetti più complessi in maniera immediata e non oscura. Poeta, docente, critico letterario, giornalista, Salvadori conservò una forte propensione al cristianesimo e l’abbracciò senza maschere dal momento della conversione, avvenuta un Venerdì Santo del 1885 ad Ascoli Piceno, dove insegnava. Da allora, l’autore orienta la propria vita alla carità cristiana ed i suoi versi divengono sempre più inclini ad una “svolta mistica”, che vede nella poesia il linguaggio, forse più adatto, ad esprimere “quell’invisibile” che la razionalità non sa cogliere.

Il poeta nutrì, per tutta la vita, un amore profondo per la Valdichiana e per il suo paese d’origine, Monte San Savino, ed ai luoghi della memoria egli dedica molteplici componimenti, in cui la valle diventa il luogo del silenzio e l’emblema di una vita semplice, nella quale è possibile, per l’uomo, ritrovare il contatto con se stesso e, dunque, con quella “religiosità” umile che si manifesta nelle preghiere della gente, nel silenzio che alla sera avvolge tutte le cose e nei ricordi di un’infanzia nella quale, per il poeta, era centrale la figura materna. Fu lei, infatti, ad insegnare al piccolo Giulio “i primi rudimenti” di fede cattolica e ad incarnare, agli occhi dell’autore, un esempio di affettività pura e umile.

Nonostante le frequentazioni con alcuni dei maggiori intellettuali della prima metà del ’900, tra cui D’Annunzio, la poesia di Salvadori conserva un’originalità che la rende unica e che predilige uno stile limpido, nel quale sono fondamentali i riferimenti affettivi, naturalistici e sacri, determinando, così, un discostamento con lo stile altisonante, vitalistico e superomistico dello stesso D’Annunzio ed anche dai tempi malinconici e pessimistici, tipici dei decadenti.

L’attenzione che il poeta savinese riserva all’esistenza dei semplici -a tratti, in chiave di “canto religioso”- e l’amore per i luoghi natii, avvicinano lo stile dell’autore al “Cantico delle creature” di Francesco d’Assisi, infatti, al Salvadori non interessa che i suoi versi siano “altisonanti e oscuri”, ma quel che egli ricerca è una forma espressiva capace di cogliere “il mistero della presenza di Dio” e di svelarla, a partire dalla quotidianità. La poesia diventa, così, “la via” attraverso cui giungere alla comprensione de “la stella d’oro de l’amor”, ovvero di quella “legge del bene” che, in ultima istanza, regge tutte le cose orientandole -nonostante la fatica umana e le cadute- verso “un senso più grande”, capace di far rinascere anche quei cuori in cui la speranza è stata sepolta:

E l’anima dall’ombra che l’aggrava,

come da carcer doloroso uscita,

senza paure all’avvenir mirava e sorrideva alla novella vita.

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