ColtivarCultura

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A cura di Lucrezia Lombardo

La notte della cultura di Arezzo

La città dorme il proprio secolare sonno, senza valorizzare come si deve l’immenso patrimonio artistico e culturale che possiede, quasi come se, in verità, non vi fosse alcun interesse autentico a far fiorire la miniera d’oro di cui disponiamo

L’emergenza sanitaria in corso ha distolto lo sguardo collettivo da quelle dimensioni dell’esistenza ritenute banalmente “inessenziali”, o non prettamente connesse alla “sopravvivenza”. Quest’ultima, infatti, è la priorità che ha diretto le nostre condotte da un’anno a questa parte, per via della drammatica situazione pandemica. E, tuttavia, un’esistenza condotta unicamente all’insegna della sopravvivenza e privata di quella “inessenzialità” che ci distanzia dai bisogni naturali (bere, mangiare, dormire e, appunto, sopravvivere), è una vita parziale, sospesa nell’incertezza, perché radicata esclusivamente a quella “spicciola concretezza” che ci attanaglia.

Dovevamo salvarci la vita, “il sistema” intero doveva salvare se stesso e, di punto in bianco, la nostra quotidianità è mutata, con l’insorgere dell’emergenza sanitaria: siamo stati confinati in spazi ristretti, le occasioni sociali sono state sospese, l’altro è diventato un possibile portatore di contagio, l’esistenza si è svelata nella propria fragilità, tanto che un corpuscolo invisibile può troncare più vite di una guerra. Il virus, in realtà, non ha fatto altro che restituire l’uomo occidentale contemporaneo, consumatore e produttore, alla propria originaria e ineliminabile vulnerabilità, una vulnerabilità che l’intero sistema sociale credeva ormai di aver sconfitto, attraverso la tecnologia ed il progresso scientifico illimitati.

Il mutamento di priorità imposto dall’emergenza, ha penalizzato, più di qualsiasi altro ambito, proprio la cultura, includendo, entro tale categoria, anche la scuola e l’università. Non ci siamo accorti che “il coltivare cultura”, proprio nel bel mezzo della tempesta, avrebbe sostenuto la speranza negli individui, motivandoli a riprogettare il futuro secondo parametri differenti rispetto a quelli meramente materialistici che, sino ad ora, hanno prevalso.

La città di Arezzo ha visto all’opera, nell’arco dei secoli, alcuni dei maggiori intellettuali della storia -artisti come Vasari, poeti come Petrarca, scienziati come Fossombroni-, eppure di questa eredità non rimane nulla, se non monumenti semi-vuoti persino nei temi in cui la pandemia non imperversava ancora. La città dorme il proprio secolare sonno, senza valorizzare come si deve l’immenso patrimonio artistico e culturale che possiede, quasi come se, in verità, non vi fosse alcun interesse autentico a far fiorire la miniera d’oro di cui disponiamo. Arezzo non valorizza ciò che possiede e neppure le realtà giovanili e nate “dal basso” che si sono adoperate, in questi anni, a promuovere, in totale solitudine, iniziative culturali di qualità. I volti di chi gestisce la cultura sono sempre gli stessi, non c’è apertura alla novità, al ricambio generazionale e gli unici eventi che sono stati organizzati in città -sia in ambito artistico, che musicale, teatrale e quant’altro- erano perlopiù rivolti ai grandi numeri, approcciandosi al territorio in maniera sradicata e avulsa dalla realtà.

Di tanto in tanto, si affacciano sulla scena cittadina organizzazioni, comitati, giovani che tentano di proporre un rinnovamento, ma il riscontro ed il sostegno mancano puntualmente.

La qualità, poi, nei linguaggi espressivi odierni -dall’arte tout court, alla letteratura, fino alla musica- ha ormai ceduto il posto alla popolarità e i due concetti non vanno d’accordo.

Il mercato culturale -poiché di profitto si tratta- non cerca più i talenti, ma linguaggi popolari e semplicistici, che siano capaci di vendere e di riflettere il gusto dominante, senza orientarlo.

Questo abbassamento del livello di ricerca nei linguaggi culturali, implica un parallelo abbassamento ricettivo nel fruitore che, invece di essere elevato, è tenuto nell’ignoranza.

Aristotele era convinto che la rappresentazione tragica avesse un potere immenso sul pubblico, essa poteva infatti educare gli spettatori, innalzandoli verso una dimensione morale che non aveva più a che fare con la mera sopravvivenza. A questo, infatti, dovrebbe servire l’arte in ogni sua forma. Essa dovrebbe aiutare che ne usufruisce -senza distinzioni di classe- a scostarsi dalla banalità e dalla paura, per avvicinarsi ad un modo più profondo e vero di guardare alla realtà. E, tuttavia, pare che oggi in crisi non sia soltanto il settore istituzionale che dovrebbe occuparsi di cultura e che, già da tempo, ha abiurato al proprio compito (non esistono, per esempio, in Italia, dei mecenati che davvero sappiano radunare a sé i talenti, comprendendo, machiavellicamente, che il finanziamento della produzione culturale di qualità è anche emblema di prestigio), ma anche i critici, che non riescono più ad orientare il gusto poiché non possiedono, per primi, la sensibilità necessaria a riconoscere la vera qualità, piegandosi anche loro alla legge del mercato, per non parlare poi degli artisti. Categoria, quest’ultima, che si applica oggi a chiunque creai qualcosa, senza neppure più bisogno che siano presenti l’abilità, la ricerca, lo sforzo creativo autentico e l’originalità. La crisi della cultura è oramai radicale e si riflette anche nella nostra città che, nonostante le proprie radici, da anni non riesce -e non vuole riuscire- a far fiorire e a valorizzare come dovrebbe l’immenso patrimoni storico-artistico che possiede, oltre al patrimonio culturale contemporaneo, fatto di tutte quelle realtà -molte delle quali giovanili, micro-imprenditoriali e associative- attive nel territorio.

Ciò che è entrato in crisi, è dunque il concetto stesso di “cultura”, che ha smarrito irrimediabilmente il proprio originario ed autentico significato, a causa del disinteresse di coloro che, nel tempo, pur senza amore e senza sensibilità, si sono riempiti la bocca di tale parola. La cultura, infatti, altro non è che “il coltivare” l’educazione dell’anima, elevando l’individuo dalla mera sopravvivenza, per condurlo verso una dimensione di senso duratura. Ma si sa, la cultura vera necessiterebbe di una rivoluzione collettiva di pensiero ed anderebbe distribuita come un patrimonio di tutti, che deve diventare accessibile a tutti, superando così le diseguaglianze.

L’unica vera “battaglia di civiltà” che dovremmo combattere, è quella per un’educazione che sia davvero capace di “condurre-fuori” dai confini dell’egoismo e della solitudine le vite degli individui. Ecco a cosa dovrebbe servire quel patrimonio, apparentemente inutile e spesso immateriale, che è l’arte, la letteratura, la musica, il teatro, in una sola parola, il sapere.

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