Martedì, 22 Giugno 2021
ColtivarCultura

Opinioni

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A cura di Lucrezia Lombardo

A questa generazione mancano punti di riferimento stabili, che pongano limiti con amorevole severità

Da docente ho visto passare sui banchi di scuola centinaia di studenti, la prima cosa da sapere sui giovani è infatti che nessuno ha più fame di verità rispetto a loro. Gli adolescenti sono assetati di risposte, la scuola odierna, ridotta ad azienda, impartisce un’educazione basata sui grandi numeri e sul conformismo di pensiero. C'è poi la questione della famiglia

Ci lamentiamo spesso di questa generazione violenta, senza interrogarci fino in fondo sulle cause reali del disagio che molti adolescenti esprimono attraverso le uniche forme “di protesta” che conoscono: la distruzione e l’autodistruzione. Entrambe “queste pratiche” sono spesso tentativi disperati di chiedere aiuto e di ottenere quell’attenzione che è negata ai nostri ragazzi anzitutto in famiglia, quindi nella scuola.

L’altra sera, ad Arezzo, si è consumato l’ennesimo episodio violento commesso da un ventenne, e da un suo compare, ai danni di un agente di polizia, eppure, se non c’interroghiamo sulle cause del dilagare di simili atti, non riusciremo a proporre delle valide soluzioni che non passino esclusivamente dalla repressione. Ciò che serve, è anzitutto chiamare in causa il sistema educativo tout court, poiché episodi di violenza come questo dovrebbero far riflettere sulla condizione di profondo disagio che segna questa generazione. Una condizione che esige una revisione radicale del modus operandi ed educandi delle famiglie, della scuola, delle istituzioni, degli psicologi che si occupano di adolescenti e che richiede un’analisi profonda sui (dis)valori odierni, sull’uso onnipervasivo delle tecnologie e del web, e sui “modelli” a cui questa generazione si rifà, a causa di adulti che, per primi, hanno perso se stessi, o che forse non si sono mai trovati.

Corriamo, carichi d’impegni, e non abbiamo tempo da dedicare a un sincero dialogo con i nostri figli. La vita si consuma tra lavoro, appuntamenti, cose da fare, prestazioni, ma ciò di cui i nostri giovani sono affamati, più d’ogni altra cosa, è l’esempio da parte di adulti coraggiosi. E ogni esempio, per essere davvero tale, necessita anzitutto di coerenza. Ciò che manca maggiormente a questa generazione sono punti di riferimento stabili, capaci di porre dei limiti laddove necessario, attraverso un’amorevole severità.

Da docente ho visto passare sui banchi di scuola centinaia di studenti, ho condiviso i loro vissuti e le loro fatiche, le loro storie gioiose e tristi. Chi sceglie di dedicarsi all’educazione -sia egli un genitore, un educatore, un insegnante, un terapeuta, un allenatore, o quant’altro- ha una responsabilità radicale, da cui non è possibile retrocedere. La prima cosa da sapere sui giovani è infatti che nessuno ha più fame di verità rispetto a loro. Gli adolescenti sono assetati di risposte e carichi di domande spesso spiazzanti, che ci lasciano ammutoliti. Nessuno, più dei giovani, ricerca l’autenticità, rifiutando l’ipocrisia degli adulti. Eppure, ciò che manca ai ragazzi di oggi, è proprio la presenza di riferimenti che siano davvero in grado di ascoltarli, di accoglierli e indicar loro la strada, nel rispetto della specificità irripetibile di cui ciascun giovane è portatore. La singolarità, del resto, è la principale caratteristica di ogni essere umano e proprio in gioventù essa svolge un ruolo centrale per la formazione della personalità adulta, poiché, solo se compresa e custodita, tale singolarità sarà in grado di sbocciare, portando frutto. La scuola odierna, ridotta ad azienda, è invece il primo luogo che nega tale singolarità, impartendo, di norma, un’educazione basata sui grandi numeri e sul conformismo di pensiero, che è l’opposto del pensiero critico che l’educazione dovrebbe incrementare nei ragazzi.

La liquidità della nostra società, che ha creato individui sradicati, ha per valori il piacere ed il nichilismo esasperato, che annienta la speranza e ogni attenzione verso l’altro. Il modello educativo prevalente -perché il più semplice- tanto in famiglia, quanto a scuola, si basa sull’iper-permissivismo da parte degli adulti verso i giovani, che in breve finiscono col divorare i loro stessi padri e madri, senza mai crescere, né responsabilizzarsi. L’iper-giustificazione, correlata all’iper-protezione, tuttavia, sono apparenze che celano, in realtà, un profondo disinteresse da parte degli adulti verso questi adolescenti scomodi e faticosi, che tuttavia sarebbero pronti a mettersi in cammino, se solo incontrassero adulti capaci di dare il massimo, esigendo parimenti il massimo. Dire sempre “di si”, è più semplice, non richiede scontri e, se insorgono problemi, subentra immediatamente la psicologia, alla quale questa generazione di ragazzi è consegnata “appena nasce”, come se tutti i nostri ragazzi fossero “malati”, o incapaci di prendere la loro vita in mano. E tuttavia, senza responsabilità non è possibile crescere e senza errori e cadute, che comportano sofferenze, non è possibile scegliere, né fortificarsi, diventando autonomi. Il terrore del dolore che affligge gli adulti e i giovani di oggi cresciuti nel benessere, è il vero nodo problematico: evitiamo tutti, collettivamente, i fallimenti e la sofferenza, li rimuoviamo dal nostro orizzonte, senza accettarli come imprescindibili dimensioni dell’esistenza. Eppure, non esiste la perfezione ed è anzi costei, “la dea” più pericolosa che vi sia, pronta a creare mostri, basti pensare alle “malattie della perfezione” che, sempre di più, s’appropriano delle vite dei nostri ragazzi, come l’anoressia, l’ansia (da prestazione), la depressione, le dipendenze e tutte quelle “psicopatologie” la cui radice è in realtà sociale: siamo spinti ad eccellere, a non far vedere le nostre debolezze e fragilità, e così l’io si scinde, mistifica, non si accetta. I nostri giovani non conoscono la fatica, non sopportano il sacrificio perché nessuno ha loro insegnato il valore di esso, avendoli educati alle cose facili, al consumismo, al benessere materiale. I nostri giovani fuggono il dolore al pari degli adulti, edificando se stessi votando un culto esclusivamente alla cura del corpo e dimenticandosi, così, dell’anima, che è la sola in grado di sostenerci nelle prove, laddove la bellezza sfiorisce e le sicurezze concrete crollano. Il consumismo ha dunque macchiato anche l’affettività, che sostituisce un legame con l’altro, indistintamente, mentre il virtuale rimpiazza il reale, creando l’illusione di coincidere con quest’ultimo, mentre la virtualità è il regno dell’amorfo, del caos ed è il luogo in cui un numero sempre crescente di giovani, spaventati dalla vita e soli, si rifugiano. Lo sballo, e le dipendenze correlate ad esso, costituiscono la via di fuga privilegiata, “il ristoro” prediletto per questa generazione abbandonata a se stessa dalle proprie famiglie (poiché non basta dire sempre “si” e sostituire l’affetto con i beni materiali), dalla scuola, dalle istituzioni e soffrente come nessun altra generazione precedente. Ma quel che è peggio, è che ai nostri ragazzi non abbiamo insegnato neppure il modo per esprimere il disagio che li affligge, poiché abbiamo medicalizzato tale dolore, allontanandolo dalla nostra vista.

Entro un tale scenario, la violenza giovanile indica dunque il rifiuto, da aperte di questa generazione, del mondo che noi adulti abbiamo costruito. La violenza incontenibile dei nostri ragazzi è la via distruttiva attraverso cui costoro tentano di opporsi a una società annichilente, disumana che, in realtà, non ama i propri giovani, né li stima, consegnandoli all’insicurezza ed al precariato.

Oltre a reprimere, dovremmo educare. Oltre a produrre, dovremmo imparare a dialogare. Oltre a correre, dovremmo imparare ad ascoltare e a guardarci dentro. Oltre ad ambire e a dominare, dovremmo imparare a metterci in discussione, allora, forse, saremo in grado di comprendere i nostri giovani, di educarli davvero, di aiutarli a invertire strada, salvandoli dall’autodistruzione. Occorre essere testimonianza viva dinanzi agli occhi affaticati di questi ragazzi, dimostrando loro che nella vita c’è molto altro rispetto a un buon lavoro, a una buona posizione sociale, ai soldi, al successo, all’aspetto fisico e a tutto ciò che non verrà in nostro aiuto, allorché la sofferenza ci toccherà.

Sono gli adulti che devono mettersi in cammino per primi, allora cammineranno anche i nostri figli.

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